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Il contributo degli imprenditori alimentari alla tutela della biodiversità

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La biodiversità agricola ed alimentare riguarda ed impegna tutti noi.

Le diverse tipologie di vita animale e vegetale, che hanno sempre abitato il nostro Paese consentendogli di essere conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per la varietà e qualità dei cibi prodotti e venduti, vanno via via scomparendo.

Accade in Italia quello che sta accadendo un po’ ovunque, più o meno intensamente a seconda delle zone, delle culture, degli impatti industriali e dello sfruttamento idrogeologico, e che ha portato alla riduzione delle diverse specie e quindi della “materia prima”. Colpa, a quanto pare, delle tecniche utilizzate, spesso non rispettose dell’ambiente, e delle logiche industriali, spesso azzardate.

Nel tempo si sono perse molte peculiarità agroalimentari, tradizioni, saperi (e sapori), ed ora si possono contare solo pochi prodotti. In altri termini: si impoverisce la biodiversità, e si impoveriscono le nostre tavole.

Basti pensare ai cereali, il cui consumo alimentare è oggi ridotto essenzialmente a poche specie di grano, riso e mais, ed al consumo di carne, praticamente limitato a quella bovina, suina e al pollame[1].

biodiversitàLe maggiori organizzazioni ambientali si sono sempre battute per il riconoscimento e la tutela della diversità biologica, promuovendo iniziative per sensibilizzare i consumatori, le imprese alimentari, gli agricoltori e gli allevatori. Nel 2004, la FAO ha dedicato la Giornata Mondiale dell’Alimentazione alla “Biodiversità per la sicurezza alimentare”; Slow Food, che dalla fine degli anni ’90 si occupa di agrobiodiversità, elaborando diversi progetti come l’Arca del Gusto, i Mercati della Terra, i Presidi, gli Orti Scolastici, ha istituito la Fondazione Slow Food per la biodiversità.

E in Italia?

Vogliamo qui evidenziare un importante e recente intervento operato proprio dal legislatore italiano, che trova fondamento in alcuni precedenti normativi internazionali in materia di biodiversità agricola e alimentare, espressamente richiamati[2].

Si tratta della Legge n. 194 del 1 dicembre 2015 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”.

Vediamo quali sono i punti di maggior impatto della nuova Legge, per capire poi in quale modo è importante per gli imprenditori del settore alimentare, per gli agricoltori, per gli allevatori, e come anch’essi possono contribuire alla salvaguardia della biodiversità.

Innanzitutto, l’art. 1 prevede l’istituzione di un sistema nazionale per la salvaguardia e la promozione della biodiversità agricola e alimentare, per conseguire il fine ultimo della “tutela delle risorse genetiche di interesse alimentare ed agrario locali dal rischio di estinzione e di erosione genetica”.

Tale salvaguardia è perseguita anche attraverso la “tutela del territorio rurale, contribuendo a limitare i fenomeni di spopolamento e a preservare il territorio da fenomeni di inquinamento genetico e di perdita del patrimonio genetico”.

È la stessa Legge, all’art. 2, a definire le risorse genetiche di interesse alimentare e agrario come “il materiale genetico di origine vegetale, animale e microbica avente un valore effettivo o potenziale per l’alimentazione o per l’agricoltura”.

Il Sistema Nazionale è un insieme coordinato di quattro elementi, ciascuno dei quali con le proprie funzioni e potenzialità, che in collaborazione con le amministrazioni centrali, regionali e locali e i diversi enti coinvolti, complessivamente costituiscono lo strumento operativo per la tutela della biodiversità.

Nel dettaglio:

  • Anagrafe nazionale della biodiversità (art. 3), istituita presso il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, che contiene l’indicazione di tutte le risorse genetiche di interesse alimentare e agrario ritenute soggette al rischio di estinzione o di erosione genetica. Per ottenere l’iscrizione, è necessario l’esito favorevole di un’istruttoria che abbia verificato l’esistenza della corretta individuazione della risorsa e, a seconda del caso, della sua adeguata conservazione in situ ovvero (per le aziende agricole o ex situ[3]) della corretta indicazione del luogo di conservazione, e della possibilità di generare materiale di moltiplicazione.
  • Rete nazionale della biodiversità (art. 4), costituita dalle strutture locali, regionali e nazionali per la conservazione del germoplasma ex situ e dagli agricoltori e allevatori custodi. L’art. 2 li descrive come gli agricoltori e gli allevatori che si impegnano nella conservazione delle risorse genetiche o animali di interesse alimentare e agrario, a rischio di estinzione o erosione genetica. La Rete può compiere ogni attività utile a preservare le risorse genetiche e valorizzarle, anche per la reintroduzione di quelle estinte.
  • Portale nazionale della biodiversità (art. 5), anch’esso istituito presso il Ministero, che serve per raccogliere, diffondere e scambiare le informazioni, gli aggiornamenti e la documentazione inerente le risorse genetiche, attraverso una banca dati condivisa, nella quale i ricercatori possono inserire i risultati delle loro attività di ricerca.
  • Comitato permanente (art. 8), presieduto da un rappresentante del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, costituito da sei rappresentanti delle Regioni, un rappresentante del Ministero istruzione università e ricerca, uno del Ministero dell’ambiente, uno del Ministero della salute e da tre rappresentanti degli agricoltori e allevatori custodi indicati dalla Conferenza Stato Regioni, ed è rinnovato ogni cinque anni. Deve garantire il coordinamento delle azioni tra i diversi livelli statale, regionale, locale, consentire e facilitare tra questi lo scambio delle reciproche esperienze e conoscenze, trasferire alle istituzioni scientifiche le domande di ricerca che riceve, individuare gli obiettivi e i risultati delle azioni del Piano Nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo[4].

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La L. n. 194/15 e gli imprenditori alimentari

Cosa possono fare gli imprenditori del settore alimentare per contribuire alla tutela della biodiversità di interesse agricolo e alimentare? Come possono agire agricoltori e allevatori, nell’ambito delle rispettive attività, per valorizzare la diversità biologica e tutelare le risorse genetiche? Come possono partecipare alle diverse iniziative dello Stato e delle Regioni?

Quali benefici ne possono trarre?

Innanzitutto, si parte dalla sensibilizzazione. L’art. 12 prevede che lo Stato, le Regioni e le Provincie di Trento e Bolzano “possono realizzare periodiche campagne promozionali” per la tutela e la valorizzazione della biodiversità, e in tale ottica sono previsti degli itinerari della biodiversità per promuovere la conoscenza delle risorse genetiche iscritte nell’Anagrafe nazionale e lo sviluppo dei relativi territori. Ciò può avvenire, a seconda dei casi, anche attraverso l’indicazione dei luoghi di conservazione o dei luoghi di commercializzazione dei relativi prodotti derivanti dalle risorse stesse, compresi i punti di vendita diretta.

L’art. 15 assegna alle Regioni la possibilità di promuovere progetti destinati alle scuole, di ogni ordine e grado, per la realizzazione di iniziative dirette alla conoscenza dei prodotti agroalimentari e delle risorse locali.

Passando all’attività concreta, l’art. 13 contempla la possibilità del Ministero, delle Regioni e delle Provincie di Trento e Bolzano (nonché dei consorzi di tutela e di altri soggetti riconosciuti) di promuovere l’istituzione delle comunità del cibo e della biodiversità, ovvero “ambiti locali derivanti da accordi tra agricoltori locali, agricoltori e allevatori custodi, gruppi di acquisto solidale, istituti scolastici e universitari, centri di ricerca, associazioni per la tutela della qualità della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, mense scolastiche, ospedali, esercizi di ristorazione, esercizi commerciali, piccole e medie imprese artigiane di trasformazione agraria e alimentare, nonché enti pubblici”. Le comunità, a seconda dell’accordo istitutivo, possono prevedere e occuparsi di diverse attività ed iniziative, ad esempio lo studio, il recupero e la trasmissione delle conoscenze sulle risorse genetiche e dei saperi e tradizionali; la realizzazione di sistema di filiera corta, vendita diretta, scambio di prodotti a livello locale; la formazione di orti didattici, sociali, urbani e collettivi anche quale valorizzazione delle varietà locali, forma di aggregazione sociale, recupero di zone degradate o dismesse, educazione ambientale; lo studio e la diffusione di tecniche di agricoltura biologica o comunque a basso impatto ambientale (comma 3).

Inoltre, viene data particolare attenzione alla commercializzazione delle sementi. Gli agricoltori che producono sementi iscritte nel registro nazionale delle varietà da conservazione, possono procedere sia alla vendita diretta sia al libero scambio all’interno della Rete (art. 11).

biodiversità 1C’è dunque spazio per le imprese del settore.

Infine, volendo valorizzare il tema delle risorse genetiche anche dal punto di vista istituzionale, mediatico, sociale, la Legge in commento ha previsto la data del 20 maggio quale Giornata nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare.

Ricordiamo, concludendo, anche la modifica che la L. n. 194/15, all’art. 9, apporta all’art. 45 del Codice della proprietà industriale (D. Lgs. n. 30/2005). Ad oggi, non possono costituire oggetto di brevetto le varietà vegetali iscritte nell’Anagrafe nazionale e i prodotti tutelati da denominazioni d.o.p., i.g.p. o s.t.g. e varietà da cui derivano i prodotti agroalimentari tradizionali.

Agli agricoltori e agli allevatori viene dunque riservato un ruolo attivo nella promozione e salvaguardia della biodiversità agroalimentare, con l’offerta di iniziative ed attività attraverso le quali potranno certamente ottenere (anche ma non solo) benefici in termini di immagine, pubblicità, produttività.


[1] Questo emerge da una ricerca della FAO dei primi anni 2000.

[2] La Convenzione sulla biodiversità di Rio de Janeiro del 1992 (resa esecutiva dalla L. n. 124/1994) e il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (adottato a Roma nel 2004 e reso esecutivo nel medesimo anno dalla L. n. 101. Inoltre, fa esplicito riferimento al Piano nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo, elaborato dal Ministero delle politiche agricole e pubblicato nel 2008, e alle Linee Guida nazionali (D.M. del 6 luglio 2012).

[3]In estrema sintesi e volendo semplificare, le attività svolte in situ riguardano specie e varietà conservate nel loro ambiente naturale e quelle ex situ operano nei confronti di risorse al di fuori del loro ambiente naturale.

[4] La L. n. 194/15 ha soppresso il Comitato per le risorse genetiche istituito dal Piano Nazionale del 2008, le cui funzioni sono comunque ora svolte dal Comitato permanente del Sistema Nazionale.

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