Type a keyword and hit enter to start searching. Press Esc to cancel.

Posts di Consulenza Legislazione Alimentare

Quante volte capita di trovare sugli scaffali dei supermercati e dei negozi di alimentari confezioni di latte di soia e latte di avena, che in realtà non contengono nemmeno un a goccia di latte? Allora, il latte cos’è e quando si può utilizzare questa denominazione senza ingenerare confusione? La realtà è che denominazioni tipiche dei prodotti lattiero-caseari (latte, yogurt, formaggio…) vengono spesso riportate sulle confezioni di prodotti di origine unicamente vegetale (soia, tofu…) che appartengono alla dieta vegetariana o vegana, e che comunque non hanno alcun legame con ciò che deriva dagli animali.

Resta fondamentale, a prescindere dalle rispettive convinzioni morali e dalle diverse abitudini alimentari, assicurare a tutti i consumatori che l’alimento abbia le caratteristiche e le qualità nutritive e compositive corrispondenti a quanto riportato sull’involucro o veicolato tramite i messaggi pubblicitari, innanzitutto garantendo che la denominazione di vendita sia univoca e non ingannevole.latte di ssoia

In materia di bevande vegetali e denominazioni di vendita, si è recentemente pronunciata la Corte di Giustizia dell’Unione europea, Settima sezione, interpellata su rinvio pregiudiziale da parte di un Giudice tedesco nella causa C-422/2016,  con sentenza del 14 giugno 2017, con l’obiettivo dichiarato di garantire al consumatore chiarezza assoluta sull’origine vegetale del prodotto e sulle caratteristiche e qualità.

Accadeva questo: l’associazione tedesca Verband Sozialer Wettbewerb attiva nel contrasto alla concorrenza sleale[1], aveva agito contro la TofuTown avanti il competente Tribunale di Treviri (Landgericht Trier) sostenendo che la società (che produce e vende prodotti alimentari vegetariani e vegani,  commercializzati quali “formaggio vegetale”, “burro di tofu” e simili) agisse in violazione delle norme contro la concorrenza sleale e quanto previsto dal Reg. UE n.1308/2013[2] sulle denominazioni riservate a latte e prodotti lattiero-caseari.

La TofuTown, dal canto suo, si difendeva negando qualsiasi violazione e sostenendo che ormai i consumatori sono consapevoli e sanno ben distinguere i prodotti vegetali da quelli animali in quanto sanno attribuire il corretto significato a quelle denominazioni, e che in ogni caso le denominazioni utilizzate sono sempre accompagnate da termini e locuzioni che richiamano e fanno emergere l’origine vegetale del prodotto.

Il Tribunale tedesco si rivolgeva dunque alla Corte di Giustizia, sospendendo il procedimento e avanzando di fatto tre relative questioni pregiudiziali[3] chiedendo sostanzialmente l’interpretazione dell’art. 78, par. 2 in combinato disposto con l’All. VII, parte III, punti 1 e 2 del Reg. UE n.1308/2013 che regolano l’utilizzo delle denominazioni di vendita per il latte e i prodotti lattiero-caseari.

Molto brevemente, vediamo cosa prevedono le tre norme in questione.

1) L’art.78 Definizioni, designazioni e denominazioni di vendita in determinati settori e prodotti, dice espressamente che le definizioni, designazioni e denominazioni di vendita di cui all’Allegato VII si applicano anche al “latte e prodotti lattiero-caseari destinati al consumo umano”, e che “possono essere utilizzate nell’Unione solo per la commercializzazione di un prodotto conforme ai corrispondenti requisiti stabiliti nel medesimo allegato”.

2) L’All. VII, parte III, stabilisce innanzitutto al punto 1 che “Il “latte” è esclusivamente il prodotto della secrezione mammaria normale, ottenuto mediante una o più mungiture, senza alcuna aggiunta o sottrazione” e che per prodotti lattiero-caseari si intendono i prodotti derivati esclusivamente dal latte (ai quali possono essere aggiunte sostanze necessarie per la loro fabbricazione, purchè non servano a sostituire parzialmente o totalmente i componenti del latte). La denominazione “latte” può comunque essere utilizzata anche per latte che ha subito un trattamento o insieme ad altri termini per designare tipo, origine, classe qualitativa, trattamento subito.

3) le denominazioni di vendita elencate al punto 2 (siero di latte, crema di latte o panna, burro, latticello, formaggio, iogurt) sono riservate unicamente ai prodotti lattiero-caseari, così come le denominazioni ai sensi dell’art.17 Reg. UE n.1169/2011 effettivamente utilizzate per tali prodotti[4]. Infine, la denominazione “latte” e le denominazioni relative ai prodotti lattiero-caseari possono essere utilizzate anche congiuntamente ad altri termini “per designare prodotti composti in cui nessun elemento sostituisce o intende sostituire un componente qualsiasi del latte e di cui il latte o un prodotto lattiero-caseario costituisce una parte fondamentale per la quantità o per l’effetto che caratterizza il prodotto”.

yogurt di risoVi sono anche delle eccezioni ammesse dalla Decisione 2010/791/UE[5], che fornisce un elenco di prodotti nel territorio dell’Unione “la cui natura esatta è chiara per uso tradizionale e/o qualora le denominazioni siano chiaramente utilizzate per descrivere una qualità caratteristica del prodotto” (all’All.VII, parte III, punto 5, Reg. n.1308/2013) tra cui in lingua italiana latte di mandorla, burro di cacao, latte di cocco, fagiolini al burro.

La Corte di Giustizia interpellata, esaminando e risolvendo congiuntamente le tre questioni pregiudiziali, ha concluso stabilendo che i prodotti puramente vegetali non possono essere commercializzati né pubblicizzati con denominazioni che il diritto dell’Unione riserva esclusivamente ai prodotti di origine animale, anche quando siano accompagnate da termini descrittivi che indicano l’origine vegetale del prodotto.

Infatti, rileva la Corte, il latte è per definizione il prodotto della secrezione mammaria e l’aggiunta di indicazioni quali “di soia” o “di tofu” non risponde ai criteri previsti dall’art.78 che accetta solo quelle che modificano ma non stravolgono la composizione del latte (mentre appunto un “latte di soia” sarebbe una vera e propria sostituzione dell’origine animale con quella vegetale). Analoga considerazione è stata condotta per i prodotti lattiero-caseari.

formaggio di tofuLa Corte ha dunque stabilito che l’art. 78, par. 2 e l’All.VII, parte III del Reg. UE n.1308/2013 devono essere interpretati nel senso che ostano a che la denominazione «latte» e le denominazioni che tale regolamento riserva unicamente ai prodotti lattiero-caseari siano utilizzate per designare, all’atto della commercializzazione o nella pubblicità, un prodotto puramente vegetale, e ciò anche nel caso in cui tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l’origine vegetale del prodotto in questione, salvo il caso in cui tale prodotto sia menzionato all’allegato I della decisione 2010/791/UE”.

 

[1] Secondo la normativa tedesca in materia, applicabile al caso oggetto della controversia, si configura un atto di concorrenza sleale “quando la violazione sia di natura tale da ledere in modo sensibile gli interessi dei consumatori, di altri operatori del mercato o dei concorrenti» (art. 3 bis, Gesetz gegen den unlauteren Wettbewerb).

[2] Trattasi del noto Regolamento (UE) n. 1308/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013, recante organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli e che abroga i regolamenti (CEE) n. 922/72, (CEE) n. 234/79, (CE) n. 1037/2001 e (CE) n. 1234/2007 del Consiglio.

[3] Nell’ambito di una controversia loro assegnata i Giudici degli Stati membri possono, attraverso il rinvio pregiudiziale, chiedere che la Corte di Giustizia si pronunci in merito all’interpretazione del diritto dell’Unione oppure in merito alla validità di un atto dell’Unione. La pronuncia, che non risolve la controversia nazionale, sarà vincolante per quel Giudice ed anche per gli altri Giudizi nazionali eventualmente chiamati a decidere questioni analoghe.

[4] Tale norma rubricata Denominazione dell’alimento, al par.1 dispone che «La denominazione dell’alimento è la sua denominazione legale. In mancanza di questa, la denominazione dell’alimento è la sua denominazione usuale; ove non esista o non sia utilizzata una denominazione usuale, è fornita una denominazione descrittiva».

[5] Decisione n.791 della Commissione, del 20.12.2010.

Gran parte delle responsabilità per i grandi sprechi di prodotti alimentari del nostro Paese ricade sugli stessi consumatori che troppo spesso adottano comportamenti errati nella gestione degli acquisti, nell’utilizzo dei prodotti, nello smaltimento dei cibi. La restante causa è data dalle falle della catena produttiva e dell’intera filiera, sulle quali certamente ci sarebbe molto da lavorare.

Secondo un’indagine condotta da Last Minute Market e dall’Università di Bologna, in Italia ogni anno lo spreco alimentare è di oltre 15,5 miliardi di € (15.502.335.001 €), pari allo 0,94% del Pil (2016), di cui 12 miliardi (il 77%, 4/5) sono dovuti a quello domestico, mentre 3,5 miliardi dalla filiera alimentare (campi 946.229.325 €; produzione industriale 1.111.916.133 €; distribuzione 1.444.189.543 €).

sprechi 1Poco più di un anno fa, ricordiamo, è entrata in vigore la Legge n. 166/2016 di cui ci eravamo a suo tempo occupati illustrandone obiettivi e potenzialità.

I recenti dati del Mipaaf indicano che le quantità di cibo recuperato e destinato ai soggetti bisognosi grazie agli strumenti previsti dalla Legge sono andate crescendo in questi mesi, e anche l’attenzione dei consumatori verso questo problema si sta rafforzando.

Se effettivamente gli interventi migliorativi sulla filiera per ridurre sprechi e rifiuti sono difficili da attuare, intanto è proprio il consumatore che nel suo piccolo può iniziare a fare la differenza. L’idea è che correggendo alcune abitudini sbagliate, molto diffuse tra i consumatori, si possa riuscire a contenere lo spreco.

Da qualche giorno, lo stesso Mipaaf ha pubblicato sul proprio sito un Vademecum che fornisce ai consumatori alcuni consigli pratici e alcune informazioni su come gestire quotidianamente la propria spesa e la propria dispensa, evidenziando così gli errori più comuni da evitare per ridurre gli sprechi e i rifiuti che sembrano banali e scontati ma che continuano a mietere vittime più o meno inconsapevoli (spesso è colpa della pigrizia e del “ci penseranno gli altri” piuttosto che della mancanza di informazione!).

Ecco sostanzialmente i suggerimenti contenuti nel Vademecum del Mipaaf:

sprechi 3

  1. Prima di fare la spesa, controllare dispensa e frigorifero, individuare cosa c’è e cosa manca, e scrivere una lista dei prodotti che effettivamente e servono
  2. Acquistare prodotti freschi più spesso, e in quantità giusta
  3. Scegliere frutta e verdura con la giusta maturazione
  4. Nell’acquisto di prodotti preconfezionati, scegliere la quantità adatta ai propri bisogni senza eccedere
  5. Leggere sempre l’etichetta per conoscere la scadenza dei prodotti
  6. Se si acquistano grandi quantità (scorte) di prodotti, ricordare di consumare prima quelli con la data di scadenza più vicina o comprati prima
  7. A tavola servire porzioni adeguate, senza esagerare nella quantità. Per i pasti fuori casa, chiedere la family bag o doggy bag per portare via eventuali avanzi
  8. In frigorifero ogni ripiano ha una sua temperatura che permette di conservare in maniera ottimale i cibi
  9. Conservare bene i prodotti con le confezioni già aperte (provvedere a richiuderle adeguatamente)
  10. Utilizzare eventuali avanzi di cibo per realizzare nuove ricette
  11. Ricordare che l’indicazione “da consumarsi entro” (data di scadenza) significa che oltre la data indicata il prodotto non deve essere consumato perché potrebbe causare pericolo immediato per la salute. Invece, la diversa indicazione “da consumarsi preferibilmente entro” (termine minimo di conservazione) significa che il prodotto può essere consumato anche oltre la data riportata, con eventuali modifiche delle sue qualità organolettiche ma senza rischi per la salute[1].

 

[1] L’indicazione di tali informazioni rientra tra quelle obbligatorie ai sensi dell’art. 2, Reg. UE n.1169/2011

Dell’impegno a rafforzare i controlli sul web avevamo già parlato in un precedente articolo, dando notizia dell’accordo  tra l’ICQRF e il colosso dell’e-commerce Alibaba siglato nel settembre 2015.

Le risorse e gli obiettivi delle rispettive parti erano rivolti alla tutela e alla promozione dei prodotti agroalimentari italiani, attraverso la lotta alle contraffazioni e la difesa e valorizzazione del Made in Italy. Molti sono stati i controlli effettuati dall’Ispettorato, molti i prodotti bloccati, molti i contenuti web rimossi, in modo particolare riguardanti vini, salumi, formaggi maldestramente (a volte, più accuratamente) “travestiti” da Prosecco, Prosciutto di Parma, Parmigiano. Solo per ricordare gli interventi effettuati nelle ultime settimane, è stata fermata l’offerta on line di 25mila tonnellate di falso pecorino romano e di 25mila tonnellate di finto Parmigiano proveniente da Bangkok, e di finto Parmigiano grattugiato in arrivo dall’Australia.

alibaba 1

Sulla scia di questa spinta patriottica, in questi due anni si è voluto fare di più, creando sullo spazio web di Alibaba una vetrina virtuale tutta italiana. E così, Italian Pavilion nasce come temporary store nel febbraio 2017, in occasione della visita del Presidente Mattarella in Cina, come una sorta di omaggio alla produzione italiana, ormai ai vertici nelle vendite internazionali anche nel (e grazie al) commercio elettronico, soprattutto nei settori della moda, dell’agroalimentare, della cosmesi e prodotti di bellezza.

alibaba 2

Il temporary store è poi diventato permanente, e qualche giorno fa, il 9 settembre, ha ospitato il mondo dei vini italiani dando la possibilità a ben 120 aziende vinicole del nostro Paese provenienti da tutte le Regioni di mostrarsi e presentare i propri prodotti.

 

Le parole chiave sono dunque tutela e promozione, nelle vendite on line e anche in quelle dei mercati tradizionali, per riuscire a vendere molto e, soprattutto, vendere giusto.

Molti dei prodotti alimentari di largo consumo come i dolci, le salse, il dado, prodotti a base di carne, risotti in busta, minestre liofilizzate e i piatti pronti in genere subiscono numerosi passaggi durante la loro trasformazione, e finiscono per perdere gran parte dei sapori iniziali. Se l’eredità di sapori e odori che resta a fine lavorazione è molto povera, occorre in qualche modo intervenire per restituire al prodotto quello che ha perso durante il cammino, aggiungendo qualcosa. E molto spesso, quel “qualcosa” sono i Glutammati, degli additivi derivanti dall’acido glutammico, in grado di conferire sapidità in moltissimi alimenti che finiscono quotidianamente sui nostri piatti.

glutammato 2

L’acido glutammico (E 620) è un amminoacido di per sé già presente in natura in alcuni alimenti (nella soia, in alcuni formaggi, nei pomodori…), utilizzato nelle varianti glutammato monosodico (E 621), glutammato monopotassico (E 622), diglutammato di calcio (E 623), glutammato monoammonico (E 624) e del diglutammato di magnesio (E 625).

In generale, l’aggiunta volontaria di “miglioratori alimentari” (aromi, enzimi, edulcoranti, coloranti…) negli alimenti e nelle bevande, per raggiungere diversi obiettivi tecnologici come la conservazione o il conferimento di particolari colori o sapori, viene monitorata proprio perché si deve evitare la presenza esagerata o indesiderata di alcune sostanze nell’organismo.

Ecco perché possono essere commercializzate ed utilizzate solo le sostanze comprese negli Elenchi dell’Unione Europea, a seguito di specifica procedura di autorizzazione disciplinata dal Reg. (CE) n.1331/2008 per additivi, aromi, enzimi, e dal relativo Reg. di attuazione della Commissione n. 234/2011. Per gli additivi, in particolare, occorre fare riferimento al Reg. (CE) n.1333/2008, e al suo All.II espressamente richiamato dall’art.40 secondo cui “soltanto gli additivi inclusi nell’elenco comunitario dell’Allegato II possono essere immessi sul mercato in quanto tali e utilizzati negli alimenti alle condizioni ivi specificate”.

glutammato 3

L’esposizione ai Glutammati è stata da tempo oggetto di studi ed approfondimenti scientifici da parte dell’EFSA, che ne ha recentemente rivalutato la sicurezza in relazione all’esposizione alimentare soprattutto da parte dei bambini, alle soglie della pericolosità ovvero di effetti nocivi per la salute dell’uomo. L’EFSA ha calcolato una dose giornaliera ammissibile (DGA) di 30 mg/kg di peso corporeo per tutti i sei additivi (E620-E625), determinata in base al dosaggio più elevato al quale non sono stati rilevati effetti nocivi in animali di laboratorio e inferiore ai dosaggi a cui emergono effetti negativi nell’uomo (mal di testa, elevata pressione sanguigna, aumento dei livelli di insulina).

Le industrie non trovano limiti quantitativi nell’utilizzo di tali additivi, che possono essere impiegati fino a 10 g/kg di alimento, mentre addirittura per i sostituti del sale, gli insaporitori e i condimenti non esiste un quantitativo massimo, dovendo solo attenersi alle buone pratiche di fabbricazione.

glutammati 4

Eppure, attraverso questi recenti approfondimenti scientifici sull’esposizione a questi additivi alimentari e sui rischi per la salute dei consumatori, l’EFSA ha rilevato che, anche a causa della forte presenza dei Glutammati in natura, generalmente la DGA viene superata anche da fasce di popolazione più esposte (bambini piccoli e adolescenti) e raggiunge livelli a cui sono associate conseguenze nocive per la salute umana.

L’Autorità ha dunque pubblicato il relativo Parere scientifico Scientific opinion on re-evaluation of glutamic acid (E 620), sodium glutamate (E 621), potassium glutamate (E 622), calcium glutamate (E 623), ammonium glutamate (E 624) and magnesium glutamate (E 625) as food additives ove raccomanda di rivedere livelli massimi consentiti dei Glutammati come additivi alimentari.

I Glutammati sono molto più presenti negli alimenti di quanto possiamo immaginare, utilizzati per molti più cibi di quanto possiamo credere. Diventa importante, ancora una volta, assumere tutte le informazioni riguardanti il prodotto che stiamo acquistando, e che finirà sulla nostra tavola, leggendo l’etichetta e provando a riempire il carrello in maniera più consapevole.

 

Il termometro non segna più 32^, sono arrivati i primi temporali e verso sera un maglioncino di cotone ci sta anche bene. Accade sempre così, all’inizio di settembre…l’estate cede pian piano il posto all’autunno, dopo averci regalato giornate calde (quest’anno, anche troppo!) e piene di luce, ed ora l’aria profuma di novità.

Se siete degli amanti delle serate piovose (da trascorrere rigorosamente in casa), e già vi pregustate tiepide tisane ed infusi dopo cena, muniti di copertina e pantofole, dovete sapere però che non tutto quello che deriva dalle piante è privo di pericoli.

tisane 1

Nelle erbe e nelle piante comunemente utilizzate per preparare tisane e infusi, si nascondono gli alcaloidi pirrolizidinici (PA) ovvero delle tossine presenti in oltre 6000 piante[1] diffuse in tutto il mondo, riconosciute dal mondo scientifico come potenzialmente cancerogene. Occorre fare attenzione, inoltre, anche al miele grezzo perché può essere stato intaccato proprio attraverso il polline che le api hanno raccolto dai fiori e dalle piante nella loro attività di bottinatura. Come per infusi e tisane, anche per il miele (unico alimento per il quale vi sono dei dati scientifici sui livelli di PA) il rischio di un’alta concentrazione di PA è più elevato nei prodotti “naturali” e artigianali, mentre dovrebbe essere più ridotto in quelli industriali.

Tutto ciò non deve spaventare, né dissuadere dal consumo di questi prodotti, perché in fin dei conti una tisana alle erbe in una sera di metà ottobre, leggendo un buon libro, mentre fuori inizia a piovere, non ve la toglie nessuno…magari proprio con una goccia di miele…

In ogni caso, è importante sapere che nelle erbe e nelle piante essiccate e contenute nel filtro o nella bustina c’è anche dell’altro, ed è opportuno individuare a quali eventuali rischi esponiamo la nostra salute.

Già nel 2011 l’EFSA aveva pubblicato un parere scientifico Scientific Opinion on Pyrrolizidine alkaloids in food and feed circa l’impatto sulla salute degli PA presenti negli alimenti, affermando che “i PA di una certa classe, noti come PA 1,2-insaturi, possono agire sull’uomo da cancerogeni genotossici (cioè possono provocare il cancro e causare danni al DNA, il materiale genetico cellulare”. Per stabilire i livelli di pericolosità degli alcaloidi pirrolizidinici aveva utilizzato l’indice MOE (margine di esposizione), strumento generalmente utilizzato nella valutazione del rischio derivante dall’esposizione alle sostanze cancerogene e/o genotossiche presenti negli alimenti o nei mangimi[2].

L’attenzione del Ministero della Salute verso queste sostanze contaminanti è alta, soprattutto mancando dati e valutazioni su altri alimenti oltre il miele, e in assenza di limiti massimi stabiliti a livello europeo. Nel 2016, il Ministero ha emanato la Nota DGSAN 1.07.2016 invitando gli operatori del settore alimentare interessati (che trattano vegetali e loro parti per tisane ed infusi, oppure come materie prime per integratori alimentari vegetali o contenenti vegetali) ad adoperarsi per evitare la presenza di specie vegetali produttrici di alcaloidi pirrolizidinici e assicurarsi che eventuali semi non siano contaminati.

Inoltre, qualora non sia possibile evitare la presenza, anche accidentale, delle specie vegetali che producono alcaloidi, dovranno assicurare in particolare che i livelli degli alcaloidi pirrolizidinici siano inferiori ai limiti di rilevabilità strumentale, facendo uso delle le migliori tecnologie e includendo almeno i 28 alcaloidi attualmente oggetto di valutazioni a livello europeo.

tisane 2

Nelle scorse settimane, su richiesta della Commissione UE, l’EFSA ha aggiornato i dati del 2011 circa la valutazione del rischio in relazione all’esposizione alle tossine contenute in miele, tè, infusi a base di erbe, integratori alimentari, ed ha ribadito che l’esposizione agli alcaloidi pirrolizidinici contenuti negli alimenti (soprattutto tè e infusioni di erbe) rappresenta, nel lungo termine e in particolare per i grandi consumatori di tali prodotti, un potenziale pericolo per la salute umana.

L’EFSA ha poi raccomandato una continua attenzione e interesse verso i livelli di tossicità e di cancerogenità, soprattutto, di 17 alcaloidi pirrolizidinici maggiormente presenti in alimenti e mangimi.

Nel frattempo, porte aperte a tisane ed infusi…con qualche consapevolezza in più!

[1] Tra le piante di campo in cui si riscontra la maggiore concentrazione di alcaloidi pirrolizidinici, ad esempio, vi sono le Boraginaceae (“non ti scordar di me”), Asteraceae (famiglia delle margherite) e Fabaceae (il genere Crotalaria noto con il nome comune di nacchera).

[2] Sostanzialmente, il MOE è un rapporto tra due fattori che, per una data popolazione, valuta la dose alla quale si manifesta per la prima volta un effetto avverso, limitato ma misurabile, e il livello di esposizione alla sostanza. Quanto più elevato è il valore del MOE, tanto più è ridotto il rischio potenziale per la salute dei consumatori.

 

Lo sappiamo, lo abbiamo ricordato molte volte: il vino è tra i prodotti agroalimentari italiani che riscuote da sempre maggior successo, anche oltre confine…anche oltre Oceano. In molti tentano di copiarlo, oltre confine …e soprattutto oltre Oceano! Maldestramente aggiungendo o levando sostanze, ideando strani kit che farebbero rabbrividire anche il meno intraprendente dei “piccoli chimici”, e creando un liquido che vino non è. Al di là delle definizioni normative, anche semplicemente dal punto di vista olfattivo, del gusto, del colore e delle proprietà organolettiche e nutrizionali in generale, il vino è vino (…e tutto il resto è noia!).

vini3

Direi che non serve essere enologi o sommelier per distinguere il vino (italiano) da ciò che vino non è, eppure le tecniche e l’inventiva di chi vuole scopiazzare la nostra punta di diamante si affinano e qualcuno per un po’ ci riesce. Ma poi viene beccato!

Vediamo, ad esempio, che nel 2016 l’attività di controllo svolta dall’ICQRF nel settore vitivinicolo[1] è stata molto intensa e si è concretizzata in risultati operativi significativi nei numeri e nelle conseguenze sanzionatorie, come effetto della costante intensificazione dell’attività stessa soprattutto riguardo alle fasi di raccolta e movimentazione delle uve, di trasformazione e di circolazione dei relativi prodotti e sottoprodotti.

Nel corso del 2016 sono stati effettuati nel vitivinicolo 13.340 controlli, per ben 8.546 operatori controllati (dei quali, il 39 % irregolari), a cui corrispondono 19.191 prodotti controllati (di cui, il 25,4 % irregolari). Tra i principali illeciti accertati rientrano le sofisticazioni di vini, aggiunta di aromi di sintesi, presenza di residui di prodotti fitosanitari in vini dichiarati biologici, mosti o vini alterati o sottoposti a trattamenti non consentiti.

Anche per i vini di qualità DOCG, DOC, IGT, i dati che ergono dal Report sono altrettanto importanti: un totale di 6.453 controlli, ben 1.155 campioni analizzati (di cui il 6,5% irregolari) per 5.597 operatori controllati (di cui, il 35,2% risultati irregolari), e 10.273 prodotti controllati (di cui il 23,6 irregolari).

vino1

Ebbene, in tale contesto il Mipaaf ha recentemente pubblicato sul proprio sito il Vademecum controlli campagna vendemmiale 2017/2018 per tutti gli operatori del settore, nel quale sono riassunti i principali adempimenti a carico delle imprese vitivinicole, le norme di riferimento e le disposizioni applicative.

Segnaliamo alcune delle novità introdotte dal Vademecum rispetto a quelli precedenti, che interessano gli operatori del settore, a seguito delle novità normative dell’ultimo anno, come l’utilizzo per la prima volta in Italia e nell’UE del “registro dematerializzato e l’applicazione delle norme contenute nella Legge n.238/16Testo unico sul Vino” (ad esempio circa la determinazione del periodo di fermentazione, raccolta dei sottoprodotti della vinificazione, detenzione delle uve da tavole e uve da vino negli stabilimenti, tenuta del registro delle sostanze zuccherine…) e l’attuazione del D.L. n.91/14, convertito in Legge n.116/14 “Campolibero”.

[1] Dati tratti dal Report attività operativa 2016 pubblicato dal Miipaf nel febbraio 2017.

Tra le più importanti produzioni tipiche del nostro Paese, per numeri e per qualità, vi è senza dubbio quella agrumicola. Il sud Italia, come le rive del Lago di Garda, ci regalano profumi e sapori intensi di arance, limoni, bergamotti e clementine che danno il meglio di sé freschi in tavola o come ingredienti di ricette varie…dolci, primi piatti, pesce, contorni, liquori…

Quali sono le Regioni protagoniste? Per quota di produzione, emerge la Sicilia (con oltre 85 mila ettari investiti), la Calabria (con 37 mila ettari) e infine la Puglia (con circa 10 mila ettari), che insieme occupano oltre il 90% delle aree dedicate alla produzione degli agrumi sul nostro territorio nazionale.

agrumi 1Quasi il 60% della superficie italiana dedicata alla produzione agrumicola è occupata dalle arance, seguite poi dalle clementine (19%) e dai limoni (17%). Proprio tra le arance, le ultime rilevazioni Ismea segnalano che le varietà più diffuse sul nostro territorio sono il Tarocco Comune (42,5%), la Navelina (18,2%), il Tarocco Gallo (10,4%), il Moro (9,3%), il Sanguinello (5,1%), il Tarocco nocellare (4,5%) e il Washington Navel (2,6%).

Molte varietà di agrumi italiani godono inoltre di particolare riconoscimento e tutela e hanno ottenuto la relativa denominazione ai sensi del Reg. n.1151/2012 come l’Arancia del Gargano e l’Arancia Rossa di Sicilia (IGP) o l’Arancia di Ribera (DOP), o le Clementine del Golfo di Taranto e le Clementine di Calabria (IGP), ed ancora ben sei varietà di limoni IGP di Campania, Calabria, Sicilia, Puglia.

Esiste però anche una categoria speciale, quella degli agrumeti caratteristici, dotati di particolare pregio varietale paesaggistico, storico e ambientale, situati in aree in cui le caratteristiche climatiche ed ambientali sono in grado di conferire al prodotto delle caratteristiche specifiche. Tali aree godono di una particolare attenzione per il loro valore storico e paesaggistico e si trovano prevalentemente nella riviera ionica della Sicilia, nella riviera ionica e tirrenica della Calabria, nella penisola sorrentina, nella costiera amalfitana e nelle isole del golfo di Napoli, nel Gargano e nei dintorni del Lago di Garda.

Come valorizzare e tutelare questi agrumeti caratteristici?

Alcuni giorni fa, con comunicazione ufficiale del 13 luglio u.s. il Mipaaf ha l’approvazione da parte della Camera di una Legge finalizzata alla promozione di interventi di ripristino, recupero e salvaguardia degli agrumeti caratteristici. In particolare, il provvedimento prevede l’istituzione di un Fondo per la salvaguardia degli agrumeti caratteristici che per il 2017 è pari a 3 milioni di euro, che valuterà e darà priorità alle tecniche di allevamento tradizionale e all’agricoltura integrata e biologica, e rimette alle Regioni la determinazione dell’ammontare delle risorse da destinare, la precisazione delle modalità e tempi per la presentazione delle domande, la selezione dei progetti e la formazione delle graduatorie.agrumi 2

Secondo il Ministro Martina “Riconoscere l’importanza di queste aree significa compiere un importante passo in avanti per lo sviluppo sostenibile. L’ obiettivo infatti è anche quello di salvaguardare la distintività delle nostre ricchezze naturali riconoscendo agli agrumicoltori un ruolo fondamentale nella tutela ambientale e paesaggistica soprattutto in alcune aree ad alto rischio di dissesto idrogeologico”.

Confidiamo si dimostri davvero uno strumento efficace di valorizzazione e tutela anche della biodiversità e della sostenibilità.

 

Non si può parlare di sicurezza alimentare se non si considerano tutti quei materiali che in diversa maniera e in diversi momenti vengono a contatto con gli alimenti, e i rischi alla salute che possono derivare proprio da quel contatto.

Ad esempio, pensiamo a tutti gli oggetti che, durante le varie fasi di produzione, preparazione, stoccaggio, imballaggio, trasporto, distribuzione e vendita dei prodotti alimentari sono inevitabilmente destinati a venire a contatto con questi… come i macchinari utilizzati per la preparazione, gli imballaggi, i vari contenitori, le cisterne e i vani per il trasporto, gli utensili da cucina e infine gli strumenti generalmente utilizzati per il consumo come pentole, recipienti, posate, bicchieri, stoviglie… plastica certamente[1], ma anche carta, cartone, legno, gomma… della plastica e del Bisfenolo A avevamo già parlato in un nostro precedente articolo.

moca2Dunque, attraverso il contatto con questi oggetti, è inevitabile il rilascio e il conseguente passaggio dei loro costituenti chimici verso il cibo. Infatti, indipendentemente dal tipo di contatto (diretto, indiretto, volontario, accidentale…) questo causa il passaggio (migrazione) delle sostanze chimiche dal materiale verso l’alimento, e ciò impone riflessioni scientifiche e normative atte a garantire un elevato livello di salvaguardia della salute umana e della tutela del consumatore, attraverso una corretta ed aggiornata valutazione dei rischi e una disciplina uniforme a livello europeo che regoli i limiti, le modalità, i requisiti dei materiali a contatto con gli alimenti.

Per ricordare alcuni dei principali Regolamenti emanati in relazione a tale tematica, possiamo citare sicuramente il Reg. CE n.1935/2004 che stabilisce i principi generali di sicurezza per tutti i materiali e gli oggetti destinati a venire a contatto, direttamente o indirettamente, con i prodotti alimentari; il Reg. CE n.2023/2006 sulle buone pratiche di fabbricazione dei materiali e degli oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari, che impone agli operatori del settore di tenere un efficace e documentato sistema di assicurazione della qualità e un efficace sistema di controllo efficace, poi modificato dal Reg. CE n.282/2008; il Reg. CE n.450/2009 che integra il Reg. CE n.1935/2004 e detta disposizioni specifiche per i materiali e oggetti attivi (ovvero destinati a prolungare la conservabilità o mantenere o migliorare le condizioni dei prodotti alimentari imballati, concepiti in modo da incorporare deliberatamente componenti che rilasciano sostanze nel prodotto alimentare imballato o nel suo ambiente, o le assorbono dagli stessi) e intelligenti (che controllano le condizioni del prodotto alimentare imballato o del suo ambiente) e il Reg. UE n.10/2011 sui i materiali e gli oggetti di materia plastica destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari, individuati in un elenco aggiornato alle risultanze scientifiche, con i requisiti e i limiti per la fabbricazione e la commercializzazione, come misura specifica rispetto alle previsioni generali del Regolamento del 2004, come modificato dal Regolamento (UE) n.1419/2016 della Commissione, del 24 agosto 2016.

moca3Il Legislatore, però, solo oggi ha provveduto ad emanare le sanzioni per i rispettivi casi di violazione della normativa ora ricordata, per mezzo del recente Decreto Legislativo n.29 del 10.02.2017, in vigore dal 2 aprile 2017, di fatto potenzialmente applicabili a chiunque produce, fabbrica, trasforma, importa e immette sul mercato materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti.

Il Decreto prevede, in generale, che in caso di violazioni di lieve entità l’organo competente procede con l’invio di una diffida invitando il trasgressore a regolarizzare le violazioni, che comporta l’estinzione dell’illecito in caso di ottemperanza.

Puntualmente, poi, il Decreto specifica le diverse sanzioni amministrative pecuniarie conseguenti alle violazioni delle rispettive prescrizioni previste dai Regolamenti. Ad esempio gli artt.2-5 riguardano la violazione di alcune norme del Reg. CE n.1935/2004 con sanzioni che arrivano ad 80.000 euro, mentre l’art.8 sanziona i casi di non conformità ai diversi requisiti richiesti dal Reg. UE n.10/2011 con una pena pecuniaria che può arrivare sino a 60.000 euro. Ancora, l’art.9 riguarda il Reg. CE n.282/2008, e stabilisce pene pecuniarie sino a 60.000 euro e in determinati casi anche sanzioni accessorie come la sospensione dell’attività e la richiesta alla Commissione di revoca dell’autorizzazione.

allerta-alimentare-2Sarà dunque necessario, ancor più ora che finalmente le sanzioni ci sono, che i controlli siano efficaci e il rispetto della normativa in materia di materiali a contatto con gli alimenti sia puntualmente monitorato.

Altrimenti, le sanzioni resteranno sulla carta.

[1] Note le problematiche legate ai rischi derivanti dal Bisfenolo A (BPA), interferente endocrino largamente utilizzato nella fabbricazione del policarbonato che di fatto è  il tipo di plastica più utilizzato e conosciuto per le sue qualità performanti in termini di resistenza e modellabilità.

Il settore della produzione e commercializzazione di prodotti biologici è stato recentemente coinvolto da importanti novità sul piano funzionale ed operativo, grazie all’introduzione e aggiornamento di strumenti  di carattere informatico ed elettronico.

Come avevamo già visto in un precedente articolo, le operazioni riguardanti le certificazioni per le importazioni di prodotti biologici sono state spinte verso l’informatizzazione e la velocizzazione prendendo il via dalle 6 Raccomandazioni del 2012, ed ora grazie all’applicazione del Reg. esec. N.1842/2016[1] e alle modifiche apportate ai precedenti regolamenti n.1235/2008 e n.889/2008. come già segnalato, dal 19 aprile scorso è attivo un nuovo sistema di emissione di certificazione elettronica per l’importazione dei prodotti biologici, che a partire dal 19 ottobre 2017 andrà a sostituire definitivamente l’attuale sistema cartaceo attualmente ancora operativo.

informatizzazioneMa non è tutto.

Ricordiamo anche il D.M. 24 febbraio 2017 Istituzione della banca dati informatizzata delle sementi e del materiale di moltiplicazione vegetativa ottenuti con il metodo biologico e disposizioni per l’uso di sementi o di materiale di moltiplicazione vegetativa non ottenuti con il metodo di produzione biologico, che  in conformità al Reg. CE n.834/2007 e Reg. CE n.889/2008 ha previsto e disciplinato la gestione di una banca dati informatizzata (BDS) per l’inserimento e la verifica della disponibilità commerciale di sementi[2] e materiale di moltiplicazione vegetativa[3] biologici; modalità di rilascio di deroga per l’impiego di sementi e materiale di moltiplicazione vegetativa non biologici; l’attività di verifica dell’esistenza delle condizioni richieste per il rilascio della deroga.

Il D.M. è entrato in vigore il 26 aprile 2017, ma è rimandata al 1 gennaio 2018 l’applicazione delle disposizioni riguardanti la registrazione, la verifica della disponibilità, le condizioni per il rilascio della deroga e i controlli.

Concretamente, per utilizzare il sistema della BDS gli interessati devono seguire una procedura per fasi: abilitazione, registrazione, inserimento e aggiornamento dei dati e delle informazioni (distinte nelle tre diverse liste: lista rossa, lista verde, lista gialla). Gli altri operatori interessati, accedendo alla BDS, potranno verificare e consultare la disponibilità delle sementi e del materiale di moltiplicazione vegetativa.

Sarà importante tenere conto di queste innovazioni e modifiche operative, imparare a conoscere i nuovi strumenti di lavoro e riuscire ad ottimizzarne l’uso, per velocizzare le attività dell’azienda e rendere più certi i dati e le informazioni inserite…e quindi più sicure le proprie scelte!

informatizzazione 2

[1] Regolamento di esecuzione (UE) 2016/1842 della Commissione del 14 ottobre 2016 che modifica il regolamento (CE) n. 1235/2008 per quanto riguarda i certificati di ispezione elettronici per i prodotti biologici importati e taluni altri elementi, e il regolamento (CE) n. 889/2008 per quanto riguarda i requisiti per i prodotti biologici conservati o trasformati e la trasmissione delle informazioni.

[2] L’art.1, II, lett.e) del Decreto Ministeriale comprende “le sementi e i tuberi-seme di patata”.

[3] L’art.1, II, lett.d) del Decreto, dice che “materiale di moltiplicazione vegetativa” sono barbatelle, marze, astoni, talee, gemme, plantule ottenute in micropropagazione, zampe di asparago, carducci e ovoli di carciofo, bulbi, rizomi, funghi, piantine frigo-conservate e stoloni o cime radicate di fragola, piantine di ortive se destinate a fungere da pianta porta-seme.

Tra pregiudizi e false illusioni, di mezzo c’è la Cina con il suo percorso, lento ma costante, di elaborazione e perfezionamento della normativa in materia di sicurezza alimentare.

Una panoramica sul tema l’abbiamo data in un nostro precedente articolo.

Le tappe fondamentali, ricordiamo brevemente, sono il 2009 in cui è avvenuta l’emanazione della Legge sulla sicurezza alimentare, il 2014 in cui è iniziata la fase di revisione della Legge, e il 2016 in cui, nel relativo documento di indirizzo, sono stati individuati e programmati importanti obiettivi legati all’agricoltura, pianificati al 2020.

cina

Proseguendo in tale direzione, qualche giorno fa la Repubblica Popolare Cinese ha incontrato l’Italia.

Come si legge da una nota del Ministero della Salute, infatti, il 12 giugno scorso una delegazione di alto livello della Repubblica Popolare Cinese, guidata dal direttore generale del Dipartimento I di Supervisione della sicurezza alimentare della China Food and Drug Administration (Cfda), è stata ricevuta dalla Direzione generale della Comunicazione e dei Rapporti europei e internazionali, in collaborazione con la Direzione generale per l’Igiene e la Sicurezza degli alimenti e la Nutrizione e la Direzione generale della Sanità animale e dei Farmaci veterinari.
La nota del Ministero precisa che l’incontro si è svolto in un clima di condivisione e caratterizzato da spirito collaborativo, durante il quale la rappresentanza cinese ha manifestato interesse a trattare e approfondire gli aspetti e i principi regolatori in materia di sicurezza alimentare vigenti nel nostro Paese, e in particolare hanno toccato gli argomenti relativi all’organizzazione dei Servizi veterinari, alla legislazione comunitaria e nazionale in materia di sicurezza alimentare, al ruolo dei Nas.
cina 2

Gli impegni e il confronto si sono protratti anche nella giornata seguente presso l’Istituto superiore di Sanità, con un incontro con alcune delle associazioni rappresentative del settore alimentare italiano…Federalimentare, Assolatte, Assocarni, Assica e Federvini.

Sarà interessante capire come proseguirà il percorso intrapreso dalla Repubblica Popolare Cinese… e se le false convinzioni potranno dirsi davvero false.