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Categoria: Regimi di qualità Dop/Igp/Stg

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Il Reg. n. 1151/2012[1] ha raccolto le disposizioni su DOP, IGP e STG che prima erano distribuite nei diversi Regolamenti del 1992 e del 2006, mantenendo distinte le relative norme su presupposti, domande di riconoscimento e modifica, uso dei nomi, ed elaborando norme comuni in materia di controlli ufficiali, rapporti con la proprietà industriale, tutela delle denominazioni e dei simboli, presentazione delle domande.

L’art.4 dichiara l’obiettivo sotteso ai regimi DOP e IGP, ovvero quello di “aiutare i produttori di prodotti legati a una zona geografica nei modi seguenti: a) garantendo una giusta remunerazione per le qualità dei loro prodotti; b) garantendo una protezione uniforme dei nomi in quanto diritto di proprietà intellettuale sul territorio dell’Unione; c) fornendo ai consumatori informazioni chiare sulle proprietà che conferiscono valore aggiunto ai prodotti”.

Di tali segni distintivi di qualità avevamo già parlato in un precedente articolo.

montagna1Il medesimo Regolamento (artt.27-34) prevede e disciplina anche le meno note indicazioni facoltative di qualità, istituite per agevolare la comunicazione da parte dei produttori delle caratteristiche o proprietà dei prodotti che conferiscono a questi ultimi un certo valore aggiunto. I criteri richiesti dall’art.29 sono: l’indicazione si riferisce ad una o più categorie di prodotti o a una modalità di produzione o trasformazione applicabili in determinate zone; l’uso dell’indicazione dà un valore aggiunto al prodotto (rispetto a prodotti simili); l’indicazione stessa ha dimensione europea.

In particolare, l’art. 31 prevede l’istituzione dell’indicazione facoltativa “prodotto di montagna”, utilizzabile quando sia le materie prime che gli alimenti per gli animali provengono essenzialmente da zone di montagna e, per i prodotti trasformati, anche la trasformazione avvenga in zone di montagna.

Qualche settimana addietro (GU Serie Generale n.214 del 13-09-2017) è stato pubblicato il Decreto 26 luglio 2017 recante Disposizioni nazionali per l’attuazione del regolamento (UE) n. 1151/2012 e del regolamento delegato (UE) n. 665/2014 sulle condizioni di utilizzo dell’indicazione facoltativa di qualita’ «prodotto di montagna».

Il provvedimento, che consta di 8 articoli e di un Allegato, vuole fornire istruzioni operative concrete per chiarire quando e come gli operatori del settore alimentare possono utilizzare la dicitura “prodotto di montagna”. Innanzitutto, all’art.2, dice che «zone di montagna» sono “le aree ubicate  nei  comuni  classificati totalmente  montani  e  parzialmente  montani,  di  cui  all’art.  32 paragrafo 1 del regolamento (UE) n. 1305/2013, nei piani di  sviluppo rurale delle rispettive regioni”.

Specifica poi, all’art.2, le condizioni di utilizzo dell’indicazione “prodotto di montagna”, ovvero i requisiti e i criteri relativi ai prodotti trasformati e ai mangimi, necessari per poterla applicare, salve le deroghe ammesse dall’art.3.

montagna2È interessante, poi, il richiamo espresso agli obblighi di tracciabilità a carico degli operatori, tra i vari adempimenti specifici a cui sono tenuti dall’art.4 che prevede “Gli  operatori  sono  tenuti  ad  adempiere  alle  prescrizioni previste in tema di rintracciabilita’ di cui al regolamento  (CE)  n. 178/2002, in modo da consentire una rintracciabilita’ dei prodotti di montagna, delle materie prime  e  dei  mangimi  destinati  ad  essere utilizzati nel relativo ciclo di produzione. La  tracciabilita’  deve essere assicurata in ogni fase della produzione, della trasformazione e   della commercializzazione.    La    relativa    documentazione giustificativa deve essere  fornita  su  richiesta  degli  Organi  di controllo ufficiali”.

Ancora, come stabilisce l’art.6, il Ministero può provvedere ad istituire un logo apposito per l’indicazione “prodotto di montagna” da applicare ai prodotti che aderiscono ai criteri e presupposti previsti dagli artt-27-34 Reg. UE n.1151/2012 e dal Decreto attuativo 26 luglio 2017.

[1] Trattasi del noto Regolamento UE n. 1151 del 21.11.2012 del Parlamento e del Consiglio, sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari, entrato in vigore il 4.01.2013 (ad eccezione dei simboli di DOP, IGP, STG le cui disposizioni relative sono entrate in vigore il 4.01.2016, tranne che per i prodotti immessi sul mercato anteriormente a tale data).

DOP…IGP…STG… prodotti di qualità… segni distintivi…che confusione!

Troviamo molto, praticamente tutto, nel Regolamento UE n. 1151/2012, entrato in vigore il 4.01.2013 (ad eccezione dei simboli di DOP, IGP, STG le cui disposizioni relative sono entrate in vigore il 4.01.2016, tranne che per i prodotti immessi sul mercato anteriormente a tale data). È la norma europea principale in materia, preceduto dai Regolamenti del 1992 (Reg. CEE n. 2081 e Reg. CEE n. 2082) e dai successivi Regolamenti del 2006 (Reg. CE n. 509 e Reg. CE n. 510), e dal Libro Verde del 2008, che si inseriva nel più complesso percorso di riforma della politica stessa.

Nel Regolamento, che non si applica alle bevande spiritose, ai vini aromatizzati, o ai prodotti vitivinicoli dell’Allegato XI ter del Reg. CE n. 1234/2007, c’è un obiettivo principale:“aiutare i produttori di prodotti legati a una zona geografica nei modi seguenti: a) garantendo una giusta remunerazione per le qualità dei loro prodotti; b) garantendo una protezione uniforme dei nomi in quanto diritto di proprietà intellettuale sul territorio dell’Unione; c) fornendo ai consumatori informazioni chiare sulle proprietà che conferiscono valore aggiunto ai prodotti”.dop

DOP (denominazioni d’origine protette) sono i nomi che servono ad identificare un prodotto “originario di un luogo, regione o, in casi eccezionali, di un paese determinati”, la cui qualità o le cui caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente ad un particolare ambiente geografico ed ai suoi intrinseci fattori naturali e umani” e “le cui fasi di produzione si svolgono nella zona geografica delimitata”. Sono strettamente legati all’ambiente geografico, che diventa essenziale o esclusivo parametro di riferimento, e le caratteristiche riferibili a tale ambiente geografico sono intrinseche al prodotto stesso (come il colore, le proprietà nutritive, l’aroma, il gusto…). Anche le fasi di produzione, trasformazione, lavorazione devono svolgersi nella zona geografica determinata, e vi sono equiparati i casi in cui le materie prime (animali vivi, carni, latte) provengono da una zona geografica più ampia o diversa da quella di trasformazione ma la zona di produzione è delimitata, vi sono condizioni particolari per la produzione stessa, sussiste un adeguato sistema di controllo.

IGP (indicazioni geografiche protette) sono i nomi che identificano un prodotto “originario di un determinato luogo, regione o paese”, “alla cui origine geografica sono essenzialmente attribuibili una data qualità, la reputazione o altre caratteristiche”, e “la cui produzione si svolge per almeno una delle sue fasi nella zona geografica delimitata”. Si richiede che anche una sola caratteristica del prodotto possa essere attribuita alla sua origine geografica, e il riferimento al territorio può consistere soltanto in un valore sociologico, come la reputazione. Inoltre, per le IGP basta che una sola delle fasi produttive sia svolta nella zona geografica delimitata.

dop-2Attenzione ai “termini generici”, ovvero, “i nomi di prodotti che, pur riferendosi al luogo, alla regione o al paese in cui il prodotto era originariamente ottenuto o commercializzato, sono diventati il nome comune di un prodotto nell’Unione”, che non possono essere registrati come DOP o IGP. Su questo punto, è nota la controversia sul formaggio greco Feta: la Danimarca, ritenendo che la denominazione Feta fosse da considerare generica in quanto non si riferiva ad alcuna produzione, né ricetta, né zona specifica, impugnò avanti la Corte di Giustizia il Reg. n. 1107/1996 con cui la Commissione aveva invece consentito la registrazione come DOP della Feta. Con sentenza 16.03.1999 (cd. Feta I), la Corte accolse il ricorso ritenendo che il termine Feta era utilizzato già da tempo in più Stati membri, quindi divenuto un termine generico, e che in quanto tale non poteva essere oggetto di registrazione ai sensi dell’allora vigente art. 3, Reg. CEE n. 2081/1992. Successivamente, la Grecia presentò una seconda domanda di registrazione che venne nuovamente accolta dalla Commissione e, questa volta, ritenuta legittima dalla Corte di Giustizia, che con sentenza 25.10.2005 (cd. Feta II) aveva chiarito che non è un termine generico, in particolare rilevando che: la maggiore produzione e consumo di Feta sono concentrati in Grecia, e i consumatori ne danno una connotazione geografica riferendola al territorio greco, e non generica; le etichette della Feta richiamano sempre tradizioni e caratteristiche greche, così inducendo i consumatori di altri Stati a riferire quel formaggio alla Grecia; la stessa Danimarca utilizza il termine “Feta danese”, e con tale specificazione dimostra di intendere che il termine Feta è da riferirsi alla Grecia.

STG (specialità tradizionali garantite) uno specifico prodotto o alimento che sia “ottenuto con un metodo di produzione, trasformazione o una composizione che corrispondono a una pratica tradizionale per tale prodotto o alimento” o “da materie prime o ingredienti utilizzati tradizionalmente”. Il nome, per essere registrato, deve essere stato “utilizzato tradizionalmente in riferimento al prodotto specifico” o deve comunque “designare il carattere tradizionale o la specificità del prodotto”.

I requisiti delle STG sono poco chiari, e la tutela non sembra dare molte garanzia. Forse per questo non vi sono molte domande di riconoscimento per questo tipo di indicazione.

I nomi registrati godono di protezione contro qualsiasi impiego commerciale per prodotti o ingredienti non oggetto di registrazione, qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione, qualsiasi falsa o ingannevole indicazione sulla provenienza, origine, qualità, qualsiasi altra pratica ingannevole per il consumatore sulla vera origine del prodotto.dop-3

La procedura per il riconoscimento di DOP e IGP è attivata in Italia dai Consorzi di tutela, che presentano allo Stato membro in cui la zona geografica è situata una domanda che deve contenere il nome e i dati del gruppo richiedente e delle autorità che verificano il rispetto del disciplinare, il disciplinare (una sorta di documento di identità del prodotto), un documento unico che indichi gli elementi principali del disciplinare e il legame del prodotto con l’ambiente o l’origine geografica.

La domanda, preliminarmente esaminata dal Mipaaf, è sottoposta all’esame della Commissione, e la  decisione di approvazione viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione che, in assenza di formali opposizioni, diviene definitiva.

 

frodi 2La repressione delle frodi nel settore alimentare fa passi da gigante.

Da tempo era sentita l’esigenza di un intervento per la lotta alle frodi agroalimentari, una piaga in costante aumento, come evidenziato dalle numerose tavole rotonde, incontri, studi, tra cui Expo 2015.

La criminalità, soprattutto quella organizzata, sempre più si muove con successo nel mondo del commercio dei prodotti agroalimentari, portando avanti progetti di malaffare che, ahinoi, oltre che ad essere riprovevoli dal punto di vista etico e giuridico, a compromettere gli scambi commerciali, sono sostanzialmente degli attentati alla salute umana.

Pare, secondo gli intenti espressi nello Schema di disegno di legge, e relative Linee Guida, presieduto dal Dott. Caselli e consegnato nelle mani del Ministro di Giustizia il 15 ottobre 2015, che saranno introdotti nuovi reati, inasprite le pene, previste nuove sanzioni.

Di cosa si è occupata concretamente la “Commissione Caselli”?

Quali gli obiettivi ad essa affidati?

Innanzitutto, il percorso di riforma mira ad una razionalizzazione e semplificazione del sistema normativo del settore agroalimentare, tenendo conto del necessario coordinamento tra fonti, penali, extrapenali, interne e sovranazionali. Inoltre, punta all’adeguamento dell’intero sistema penale ai nuovi beni giuridici che nel tempo sono emersi, meritevoli appunto di tutela.

Emerge un duplice obiettivo: tutela della salute pubblica e repressione delle frodi alimentari.

frodi 3Vedremo qui il secondo aspetto, ovvero come e in quale misura sono state modificate le disposizioni del Codice Penale relative alle frodi in commercio dei prodotti alimentari, cercando di evidenziarne i punti salienti.

  • Nuova denominazione al Titolo VIII (Dei delitti contro l’economia pubblica, l’industria, il commercio ed il patrimonio agroalimentare[1]),
  • Introduzione del Capo II bis (Delle frodi in commercio di prodotti alimentari) che evidenzia l’autonomia e l’importanza di queste fattispecie, racchiuse in un Capo ad esse dedicato.

Oltre a queste novità, di carattere prettamente formalistico, la proposta di modifica ha coinvolto anche vere e proprie ipotesi di reato.

Nuovi reati?

  • Modifica dell’art. 516 che, sanzionando la frode in commercio di prodotti alimentari, verrebbe a costituire la fattispecie base, generica e sussidiaria rispetto ai nuovi artt. 517 (Vendita di alimenti con segni mendaci) e 517 quater (Contraffazione di alimenti a denominazione protetta).
  • Introduzione della agropirateria (art. 517 quater.1), una nuova, autonoma ipotesi di frode alimentare caratterizzata dalla serialità e dalla vastità dell’organizzazione criminale, quando cioè uno dei fatti previsti dagli artt. 516,517, 517 quater c.p. sia realizzato in maniera sistematica e con l’allestimento di mezzi e di attività organizzate[2]. Resta ipotesi distinta dall’associazione per delinquere in quanto, pur presupponendo un accordo tra i partecipanti avente ad oggetto la commissione di più reati determinati, l’allestimento dei mezzi e la relativa organizzazione non hanno stabilità e capacità di permanenza proprie di quelle strutture.frodi 4

Per rafforzare il sistema sanzionatorio dei reati in questione: modifica dell’art. 517 bis (previsione di nuove circostanze aggravanti), l’introduzione dell’art. 518 bis che prevede ulteriori pene accessorie, e introduzione della confisca obbligatoria e per equivalente per i reati di cui agli articoli 516, 517, 517 bis, 517 quater e 517 quater.1, prevista dal nuovo art. 518 ter.


[1] Come si legge nelle Linee Guida, questo termine (diverso da quello “prodotti alimentari” utilizzato nel Capo II bis), è giustificato dall’esigenza di dare peculiarità e valore simbolico-ideale a “quel particolare bene immateriale espresso dalla complessiva organizzazione della filiera alimentare che, partendo dal territorio, organizza le modalità di produzione, trasformazione e manifattura al di là della consistenza merceologica dei singoli manufatti alimentari”.

[2] Significativi precedenti legislativi si ritrovano nel D. Lgs. n. 152/2006 in materia ambientale, nella L. n. 9/2013 sulla qualità e trasparenza della filiera degli oli di oliva vergini, e nell’art. 474 ter c.p., introdotto nel 2009, quale circostanza aggravante dei reati degli artt. 473 (contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni), 474 (introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi) qualora commessi in modo sistematico o con allestimento di mezzi e attività organizzate.