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Categoria: Sostenibilità

Alcuni giorni fa il Mipaaf ha annunciato il via della selezione nazionale per il finanziamento di progetti dedicati alla limitazione degli sprechi alimentari, come previsto dalla Legge n.166/2016 di cui avevamo già parlato all’epoca della sua entrata in vigore.

sprechi alimentari

In particolare, l’art.11, comma 2 della Legge, modificato dall’art.1, comma 208, lettera e) della Legge n. 205/2017, istituisce un fondo destinato al finanziamento di progetti innovativi integrati o di rete, finalizzati alla limitazione degli sprechi e all’impiego delle eccedenze con particolare riferimento ai beni alimentari e alla loro destinazione agli indigenti, nonché alla promozione della produzione di imballaggi riutilizzabili o facilmente riciclabili e al finanziamento di progetti di servizio civile nazionale.

Il Bando per la selezione pubblica nazionale per l’erogazione di contributi per il finanziamento di progetti innovativi, relativi alla ricerca e allo sviluppo tecnologico finalizzati alla limitazione degli sprechi e all’impiego delle eccedenze alimentari scade alle ore 16.00 del 10 maggio 2018, e vi possono partecipare, mediante la compilazione e invio dell’apposito Modulo (allegato II):

  • enti pubblici, università, organismi di diritto pubblico e soggetti a prevalente partecipazione pubblica;
  • associazioni, fondazioni, consorzi, società, anche in forma cooperativa e imprese individuali;
  • una aggregazione, nelle forme consentite dalla vigente normativa, anche temporanea o nella forma di start up, di due o più dei soggetti sopra individuati;
  • una rete di imprese, come definita dalla normativa vigente;
  • soggetti iscritti all’Albo nazionale ed agli Albi delle Regioni e delle Province autonome dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.

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È previsto, per questo nuovo bando (che segue quello del 2017, che aveva finanziato ben 10 progetti per complessivi 500.000 €), uno stanziamento di 700.000 €, e un finanziamento massimo di 50.000 € per ciascun progetto; le attività previste devono essere concluse entro un anno dall’approvazione del progetto, mediante pubblicazione della graduatoria.

Ricordiamo anche il Vademecum del Mipaaf con cui venivano dati alcuni consigli pratici da seguire nella quotidianità, per sprecare meno cibo ed acquistare e consumare più consapevolmente.

Sembra che qualcosa si stia muovendo davvero nella giusta ed auspicata direzione che punta a migliorare lo standard di benessere degli animali.

Ricordiamo che lo scorso anno è stata istituita la Piattaforma UE sul benessere degli animali, e questo ulteriore passo avanti di questi giorni dimostra l’attenzione dell’Unione per alcuni temi sui quali Istituzioni e politica non possono più tacere.

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E così, lo scorso 6 marzo è stato pubblicato il Regolamento di esecuzione (UE) 2018/329[1] della Commissione del 5 marzo 2018 che designa un centro di riferimento dell’Unione europea per il benessere degli animali, in applicazione delle specifiche previsioni (artt.95 e 96) del Reg. UE n.625/2017 sui controlli ufficiali.

Alcuni giorni fa la Commissione europea ha dunque individuato e designato, nel citato Regolamento, il primo Centro di riferimento europeo per il benessere degli animali, “responsabile del sostegno alle attività orizzontali della Commissione e degli Stati membri nel settore delle prescrizioni in materia di benessere degli animali” (art.1), ed ha assegnato tale importante ruolo al Consorzio guidato da Wageningen Livestock Research, di cui fanno parte anche l’Università di Aarhus e il Friedrich-Loeffler-Institut, con sede nella città di Wageningen nei Paesi Bassi.

Il Regolamento sarà applicabile dal 29 aprile 2018, e la designazione del Centro verrà riesaminata ogni cinque anni.

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Cosa compete al Centro?

La struttura è chiamata a dare supporto tecnico e assistenza coordinata agli Stati membri per effettuare controlli ufficiali, a contribuire alla diffusione di buone pratiche, alla conduzione di studi scientifici, allo sviluppo di metodi per la valutazione del livello di benessere degli animali e di strumenti di miglioramento, nonché attività di formazione per i tecnici e gli organismi scientifici e per la diffusione di studi e conoscenze sulle innovazioni tecniche. Quindi, si occuperà di monitorare gli aspetti scientifici e normativi che riguardano il benessere degli animali, col fine di migliorarne il livello.

[1] Regolamento di esecuzione (UE) 2018/329 della Commissione del 5 marzo 2018 che designa un centro di riferimento dell’Unione europea per il benessere degli animali.

Nel corso degli ultimi mesi la zootecnia italiana ha segnato traguardi importanti.

Ad esempio, con il passaggio del Modello IV utilizzato per l’identificazione e la registrazione degli animali (sostanzialmente un foglio su cui indicare i dati riguardanti l’animale da trasportare e l’azienda, come la provenienza e destinazione dell’animale, i trattamenti sanitari effettuati, gli spostamenti) dal formato cartaceo a quello digitale, da gestire attraverso la Banca Dati Nazionale dell’anagrafe zootecnica (BDN).

Dallo scorso 2 settembre, infatti, è diventata operativa la modalità informatica di compilazione del Modello IV e la movimentazione degli animali viene gestita esclusivamente in via telematica, con l’addio definitivo al “foglio rosa”[1].

Il settore di cui ci stiamo occupando ha subito nel tempo colpi e contraccolpi pesanti che hanno finito (direttamente, o indirettamente come conseguenza di focolai accesi in altri Paesi) per aumentare polemiche e sfiducia, mediante i noti servizi di stampa e tv sulle condizioni degli allevamenti e dei macelli coinvolti nelle attività criminali, così come attraverso le inchieste mediatiche “a tappeto” sugli allevamenti intensivi e l’uso dei farmaci veterinari, e quelle sugli impatti ambientali derivanti dalla produzione bovina.

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Ecco perché a maggio, a Padova, i principali rappresentanti della filiera zootecnica bovina in Italia, allevatori, associazioni, medici veterinari e rappresentanti delle Istituzioni si sono incontrati per parlare di futuro ed hanno sottoscritto[2] la Carta di Padova per la zootecnia bovina da carne prodotta in Italia, formulando precise richieste di intervento alle diverse Istituzioni interessate.

Innanzitutto, al Ministero della Salute e al Mipaaf è stato chiesto di presentare alla Commissione europea un progetto di Regolamento per la creazione di una cartella clinica dei bovini nati in Europa destinata a ricevere e conservare i dati e le informazioni sui trattamenti farmacologici, compresi quelli omeopatici, effettuati sull’animale sin dalla nascita, in modo da renderli immediatamente disponibili alle Autorità Sanitarie di ogni Paese Membro, ai Macelli e Laboratori di Sezionamento delle carni, ed incentivando l’adozione della ricetta elettronica[3]. Alla medesima Commissione è stato poi richiesto di sviluppare tale progetto e favorire l’attuazione della ricetta elettronica.

Inoltre, hanno formalmente chiesto al Mipaaf di adottare il Piano Carni Bovine Nazionale già da tempo presentato dal Consorzio L’Italia Zootecnica e più volte revisionato, di darne attuazione e di promuovere così l’avvio del Sistema di Qualità Nazionale Zootecnica (SQNZ).

Ancora, i produttori hanno confermato il proprio impegno a garantire il benessere animale anche attraverso l’applicazione di strumenti integrativi rispetto a quelli previsti dalle norme di settore[4], a migliorare la qualità della carne e i livelli di sicurezza attenendosi ai vari Disciplinari esistenti, a utilizzare prodotti di qualità nell’alimentazione e abbeveramento degli animali, a garantire pulizia e condizioni salubri negli allevamenti, e un utilizzo controllato dei farmaci veterinari. Nell’ottica della trasparenza e della tracciabilità, e quindi per fornire ai consumatori le informazioni utili, si impegnano ad osservare i Disciplinari di Etichettatura Facoltativa delle Carni Bovine attraverso interventi mirati da parte delle Istituzioni coinvolte.

Viene poi richiesto ai soggetti che, mediante i diversi canali della distribuzione, commercializzano la carne bovina, di garantire la correttezza e la trasparenza della filiera anche attraverso il rispetto delle migliori prassi e dei diritti dei lavoratori, valorizzando un prodotto che occupa un ruolo importante nell’economia del Paese.

La Carta di Padova non dimentica di rivolgere un’attenzione particolare anche agli organi di stampa, con esplicito invito ad attenersi a verità ed obiettività nel riportare dati e informazioni.

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Infine, viene dato ampio spazio al problema dell’informazione ai consumatori circa gli alimenti a base di carne bovina nella ristorazione, e a tal fine viene proposta in allegato alla Carta stessa una bozza di Decreto Legge “ETICHETTATURA E TRACCIABILITA’ DELLE CARNI BOVINE NELLA RISTORAZIONE”[5] posto che la crescente abitudine per gli italiani di mangiare al ristorante, al bar, in trattoria è dato inconfutabile, nelle pause pranzo o per cena, e che pertanto è ormai indispensabile che il consumatore possa conoscere le informazioni sulle carni bovine che non ha acquistato ma che di fatto gli vengono somministrate al tavolo.

La Carta di Padova costituisce così uno strumento programmatico dalle molteplici potenzialità e in grado, se concretamente attuata da tutti i soggetti coinvolti, di consentire interventi su diversi livelli e da più parti, di restituire alla carne bovina italiana il ruolo ed il pregio che l’hanno contraddistinta nel tempo, per le proprietà nutrizionali, per l’attenzione verso l’ambiente e verso le condizioni degli allevamenti, per il benessere degli animali, e per l’interesse a garantire la sicurezza e l’informazione dei consumatori.

[1] In parte previsto dall’Ordinanza Ministeriale 28 maggio 2015 e poi dal D.M. 28.06.2016.

[2]I firmatari: Associazione Produttori Carni Bovine UNICARVE, Associazione Produttori ASPROCARNE, Organizzazione Produttori AZOVE, Allevatori Marchigiani BOVINMARCHE, Consorzio Carni di SICILIA, Cooperativa Zootecnica SCALIGERA, Soc. Coop. BOVINITALY, Cooperativa Agricola Produttori Castellana, Consorzio LA CARNE CHE PIACE, Associazione Produttori Carni Bovine del BOCCARONE, Associazione Italiana Macellatori ASSITAMA, Consorzio L’Italia Zootecnica.

[3] La ricetta elettronica quale strumento finalizzato a garantire una maggiore tracciabilità del farmaco veterinario e delle malattie dell’animale.

[4] Ad esempio, si legge nella Carta, i Disciplinari del Centro di Referenza Nazionale per il Benessere Animale (CReNBA), IZSLER di Brescia per la ‘Valutazione del Benessere Animale e Biosicurezza.

[5] L’ Art. 1 della bozza individua oggetto e campo di applicazione “Il presente decreto stabilisce norme riguardanti la rintracciabilità e l’indicazione del paese di origine o del luogo di provenienza sulle carni bovine, anche macinate, e delle preparazioni che le contengano, impiegate negli alimenti oggetto di somministrazione e vendita in Italia da parte delle collettività”.

Si sa, i bambini che vivono nelle città (e sono sempre di più) sono abituati a vedere frutta e verdura nel carrello della spesa o nelle cassette del fruttivendolo, e pochi di loro sanno che quelle pere e quelle carote sono nate e cresciute sull’albero e sotto terra. Mangiano pasta quasi tutti i giorni, ma difficile che sappiano da dove arrivano spaghetti e fusilli…e se anche qualcuno gliel’ha spiegato, difficle che abbiano visto un seme di grano o una pianta di farro.

Un recente comunicato stampa di Slow Food annuncia il via, anche per quest’anno, del progetto didattico dedicato ai bambini per portarli a conoscere gli orti e i prodotti della natura.

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Parte domani, 10 novembre, quella che Slow Food chiama la Festa Nazionale di Orto in Condotta, occasione per gli allievi delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado per far sprofondare mani e piedi nelle zolle tra i campi dimenticando per un po’ videogiochi e televisione.

L’edizione 2017, che vedrà coinvolte 570 classi in tutta Italia, è incentrata sul tema dei cereali, e gli alunni infatti avranno un kit speciale contenente 5 tipi di semi pronti da interrare insieme, con l’aiuto degli insegnanti e dei genitori che hanno aderito. In ogni kit ci sono 2 semi di grano duro, 2 semi di grano tenero e un seme di farro, che verranno poi osservati durante l’anno per capire la crescita e le fasi di maturazione.
Inoltre, i kit contengono anche 3 farine diverse da manipolare, annusare, osservare, per capire come si arriva dal seme alla pasta.

La manifestazione comprende anche due iniziative divertenti e istruttive per i giovani alunni, pienamente inserite nello spirito e nel percorso di sensibilizzazione di Slow Food. Innanzitutto, è stato programmato un concorso per la realizzazione dello spaventapasseri più originale ottenuto con materiali di recupero provenienti dall’orto e di scarto in generale, e poi la premiazione della migliore ricetta “amica del clima” nell’ambito della campagna Menu for change, lanciata a settembre, che promuove scelte anche alimentari più favorevoli al clima e all’ambiente.

Durante la Festa, le scuole possono organizzare delle ulteriori attività personalizzate a seconda della propria realtà territoriale e ambientale, a cui possono partecipare anche i genitori e i nonni (custodi di ricette gustose e salutari e di “saggezza ortolana”) ad esempio portando gli alunni in visita a mulini, facendo portare a casa un vasetto col semino interrato, lavorando insieme la farina per fare la pasta tradizionale del loro paese…

La manifestazione non riguarda solo la conoscenza dei prodotti della natura e dei cereali, bensì riesce a coinvolgere anche aspetti collaterali ma fondamentali quali la famiglia, le tradizioni, i mestieri locali, attraverso la partecipazione attiva dei genitori e dei nonni e la consegna ai più giovani degli antichi saperi e sapori.

Chiunque abbia vissuto in Germania, per esempio, ha sperimentato il sistema del vuoto a rendere delle bottiglie di vetro e di plastica di acqua, bibite, succhi di frutta, che vengono restituite al punto vendita o all’apposito raccoglitore dopo essere state svuotate, a fronte di una simbolica somma di denaro versata come cauzione, e che saranno lavate e adattate per essere poi riutilizzate. Acquisti delle bottiglie al bar, al distributore automatico, al supermercato, e leggi sulla confezione un minimo sovraprezzo (circa 0,25 cent, 0,50 cent), che perderai se deciderai di non restituire la bottiglia.

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Questa modalità di utilizzo e restituzione delle bottiglie di vetro, plastica o altro materiale viene ora proposta anche in Italia, pur se in via volontaria e sperimentale, grazie al Decreto 3 luglio 2017 n.142 ovvero il Regolamento recante la sperimentazione di un sistema di restituzione di specifiche tipologie di imballaggi destinati all’uso alimentare, ai sensi dell’articolo 219-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 emesso dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in vigore dal 10 ottobre scorso, per un periodo di 12 mesi.

Si tratta di 7 articoli e 3 Allegati, attraverso i quali si vuole perseguire la finalità dichiarata all’art.1 di prevenire la produzione di rifiuti di imballaggio, favorendo il riutilizzo degli imballaggi usati”, sensibilizzando gli operatori e i consumatori sull’importanza e necessità di ridurre i rifiuti attraverso il riciclo dei contenitori più diffusi come le bottiglie di vetro e di plastica.

Il Decreto interessa solo alcune tipologie di contenitori come bottiglie di acqua minerale e birra serviti al pubblico da alberghi o residenze di villeggiatura, ristoranti, bar e altri punti di consumo, di cui all’articolo 219-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152[1], in plastica, vetro o altro materiale e di volume compreso tra 200 ml e 1,5 litri”, che attraverso la restituzione e la lavorazione potranno essere riutilizzati fino a 10 volte.

Per partecipare a tale sistema, su base volontaria, occorrerà aderire alla filiera del vuoto a rendere ovvero l’insieme degli operatori che a titolo professionale sono coinvolti nell’attuazione del sistema del vuoto a rendere. La filiera e’ di tipo lungo se la consegna avviene indirettamente, tramite il distributore, viceversa e’ di tipo corto se la consegna e’ svolta direttamente dal produttore di bevande, in assenza del distributore”, mediante la compilazione del modulo Allegato 1 al Decreto e con le modalità indicate all’art.3.

vuoto a rendere

Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare prevede la tenuta di un Registro (aggiornato mensilmente) degli operatori aderenti alla sperimentazione e lo pubblica sul sito web istituzionale, e rilascia un attestato di benemerenza da affiggere sul proprio punto vendita.

Come calcolare la somma da imputare a cauzione? Secondo il nuovo regolamento, il valore della cauzione deve essere individuato in base al volume dell’imballaggio sulla base dei parametri riportati alla tabella Allegato 2, e sarà compreso tra 0,5 e 0,30 centesimi di euro. Come si legge all’art.4, “l‘importo della cauzione in nessun caso comporta un aumento del prezzo di acquisto per il consumatore”.

È inoltre contemplato un sistema di monitoraggio specifico finalizzato alla raccolta, all’analisi e alla valutazione dei dati della sperimentazione” e gestito con le modalità riportate all’art.6.

L’obiettivo della sperimentazione è capire e determinare il numero delle adesioni e il concreto atteggiamento dei consumatori, per valutare se rendere permanente e definitivo il sistema del vuoto a rendere.

[1] L’art.219-bis. Sistema di restituzione di specifiche tipologie di imballaggi destinati all’uso alimentare, introdotto dall’art. 39, comma 1, legge n. 221 del 2015, recita “1. Al fine di prevenire la produzione di rifiuti di imballaggio e di favorire il riutilizzo degli imballaggi usati, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione è introdotto, in via sperimentale e su base volontaria del singolo esercente, il sistema del vuoto a rendere su cauzione per gli imballaggi contenenti birra o acqua minerale serviti al pubblico da alberghi e residenze di villeggiatura, ristoranti, bar e altri punti di consumo. 2. La sperimentazione di cui al comma 1 ha una durata di dodici mesi. 3. Ai fini del comma 1, al momento dell’acquisto dell’imballaggio pieno l’utente versa una cauzione con diritto di ripetizione della stessa al momento della restituzione dell’imballaggio usato. 4. Con regolamento adottato, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono disciplinate le modalità della sperimentazione di cui al presente articolo. Con il medesimo regolamento sono determinate le forme di incentivazione e le loro modalità di applicazione nonché i valori cauzionali per ogni singola tipologia di imballaggi di cui al presente articolo. Al termine della fase sperimentale si valuterà, sulla base degli esiti della sperimentazione stessa e sentite le categorie interessate, se confermare e se estendere il sistema del vuoto a rendere ad altri tipi di prodotto nonché ad altre tipologie di consumo”.

 

Gran parte delle responsabilità per i grandi sprechi di prodotti alimentari del nostro Paese ricade sugli stessi consumatori che troppo spesso adottano comportamenti errati nella gestione degli acquisti, nell’utilizzo dei prodotti, nello smaltimento dei cibi. La restante causa è data dalle falle della catena produttiva e dell’intera filiera, sulle quali certamente ci sarebbe molto da lavorare.

Secondo un’indagine condotta da Last Minute Market e dall’Università di Bologna, in Italia ogni anno lo spreco alimentare è di oltre 15,5 miliardi di € (15.502.335.001 €), pari allo 0,94% del Pil (2016), di cui 12 miliardi (il 77%, 4/5) sono dovuti a quello domestico, mentre 3,5 miliardi dalla filiera alimentare (campi 946.229.325 €; produzione industriale 1.111.916.133 €; distribuzione 1.444.189.543 €).

sprechi 1Poco più di un anno fa, ricordiamo, è entrata in vigore la Legge n. 166/2016 di cui ci eravamo a suo tempo occupati illustrandone obiettivi e potenzialità.

I recenti dati del Mipaaf indicano che le quantità di cibo recuperato e destinato ai soggetti bisognosi grazie agli strumenti previsti dalla Legge sono andate crescendo in questi mesi, e anche l’attenzione dei consumatori verso questo problema si sta rafforzando.

Se effettivamente gli interventi migliorativi sulla filiera per ridurre sprechi e rifiuti sono difficili da attuare, intanto è proprio il consumatore che nel suo piccolo può iniziare a fare la differenza. L’idea è che correggendo alcune abitudini sbagliate, molto diffuse tra i consumatori, si possa riuscire a contenere lo spreco.

Da qualche giorno, lo stesso Mipaaf ha pubblicato sul proprio sito un Vademecum che fornisce ai consumatori alcuni consigli pratici e alcune informazioni su come gestire quotidianamente la propria spesa e la propria dispensa, evidenziando così gli errori più comuni da evitare per ridurre gli sprechi e i rifiuti che sembrano banali e scontati ma che continuano a mietere vittime più o meno inconsapevoli (spesso è colpa della pigrizia e del “ci penseranno gli altri” piuttosto che della mancanza di informazione!).

Ecco sostanzialmente i suggerimenti contenuti nel Vademecum del Mipaaf:

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  1. Prima di fare la spesa, controllare dispensa e frigorifero, individuare cosa c’è e cosa manca, e scrivere una lista dei prodotti che effettivamente e servono
  2. Acquistare prodotti freschi più spesso, e in quantità giusta
  3. Scegliere frutta e verdura con la giusta maturazione
  4. Nell’acquisto di prodotti preconfezionati, scegliere la quantità adatta ai propri bisogni senza eccedere
  5. Leggere sempre l’etichetta per conoscere la scadenza dei prodotti
  6. Se si acquistano grandi quantità (scorte) di prodotti, ricordare di consumare prima quelli con la data di scadenza più vicina o comprati prima
  7. A tavola servire porzioni adeguate, senza esagerare nella quantità. Per i pasti fuori casa, chiedere la family bag o doggy bag per portare via eventuali avanzi
  8. In frigorifero ogni ripiano ha una sua temperatura che permette di conservare in maniera ottimale i cibi
  9. Conservare bene i prodotti con le confezioni già aperte (provvedere a richiuderle adeguatamente)
  10. Utilizzare eventuali avanzi di cibo per realizzare nuove ricette
  11. Ricordare che l’indicazione “da consumarsi entro” (data di scadenza) significa che oltre la data indicata il prodotto non deve essere consumato perché potrebbe causare pericolo immediato per la salute. Invece, la diversa indicazione “da consumarsi preferibilmente entro” (termine minimo di conservazione) significa che il prodotto può essere consumato anche oltre la data riportata, con eventuali modifiche delle sue qualità organolettiche ma senza rischi per la salute[1].

 

[1] L’indicazione di tali informazioni rientra tra quelle obbligatorie ai sensi dell’art. 2, Reg. UE n.1169/2011

Non è passato molto tempo da quando, in un nostro articolo sul tema, vi abbiamo raccontato dell’importanza delle api e dei pericoli (soprattutto i pesticidi) che ne minacciano la sopravvivenza.

api 1L’attenzione che l’Europa riconosce e rivolge alle api e all’apicoltura, come straordinario esempio di potenzialità e capacità, è stata recentemente confermata da EFSA (da sempre impegnata su tale argomento scientifico), dal gruppo di lavoro Must-B che si occupa della ricerca sui fattori multipli di stress per le api presieduto dal Prof. Simon More veterinario dell’University College di Dublino, che ha pubblicato alcuni giorni fa un rapporto strumentale all’attività di raccolta dei dati per la valutazione dei rischi per le api, ove sono riportati e definiti i requisiti operativi a cui l’attività stessa dovrà attenersi.

In particolare, i ricercatori vogliono giungere alla creazione di un apposito modello di valutazione dei rischi, attualmente in fase di sviluppo, che dovrà appunto essere integrato e completato con l’indicazione specifica del tipo di dati richiesti, delle modalità, durata e criteri per la loro raccolta, prevedendo parametri sulla qualità dei dati ed elementi della colonia da prendere in esame (ad esempio il comportamento delle api stesse e la condizione dei prodotti dell’alveare).

api2Per elaborare questi aspetti verso la redazione di un apposito modello, le ricerche sono state condotte su siti di ricerca posizionati in quattro Stati membri particolarmente rappresentativi delle diverse condizioni climatiche e ambientali dell’Europa, esaminando tre sottospecie di api da miele.

Una cosa è certa: la perdita delle colonie e la moria delle api è spaventosa. Fermare tutto questo è possibile, vogliamo crederlo, e il mondo scientifico continua ad investire tempo e risorse nella raccolta e nello studio approfondito dei dati, e nella condivisione di un modello e metodo di ricerca che consenta di arrivare a risultati sempre più attendibili e così di elaborare strategie vincenti.

 

 

 

Forse non tutti sanno, o non sanno davvero, quanto sia importante l’intensa e metodica attività di raccolta del nettare che ogni primavera viene svolta dalle api, piccoli insetti instancabili organizzati alla perfezione secondo i ruoli e le competenze loro assegnati (dalla natura, fin dalla nascita) all’interno dell’alveare.

Forse non tutti sanno, o non sanno davvero, quanto tale intensa e metodica attività sia importante per la produzione di miele, propoli, cera, polline, pappa reale…ma non solo.

Infatti, le api escono per procurarsi il nettare, per portarlo nelle cellette, per farlo maturare e diventare miele…ma quando si adagiano sulla corolla dei fiori per succhiare il nettare, le api inconsapevolmente raccolgono anche il polline, che viene poi trasportato durante il volo di ritorno all’alveare e disperso nell’aria, finendo per ricadere sui fiori e arricchire così il mondo vegetale di nuove varietà. Attraverso l’impollinazione, le api contribuiscono alla conservazione e allo sviluppo della biodiversità, tanto che secondo recenti ricerche della FAO si può ritenere che ben il 70% delle specie di colture finalizzate a prodotti alimentari, in commercio in tutto il mondo, dipende dall’impollinazione delle api.api 1

Ecco che, allo stesso modo, l’apicoltura è un’arte fondamentale per mantenere ed ottimizzare quello che già in natura avviene in maniera spontanea, rispettando la vita della colonia, le esigenze dell’alveare e i preziosi e delicati equilibri tra api operaie, fuchi, ape regina. Gli apicoltori devono sapersi affiancare discretamente alle api, assecondando le caratteristiche, i tempi, le necessità dell’alveare, potendo addirittura diventare supporto e sostegno per l’attività di raccolta e produzione, purché lascino quantità di miele sufficiente per le scorte invernali.

La salute delle api, va da sé, diventa dunque imprescindibile per poter consentire loro di continuare la propria instancabile attività fuori e dentro l’alveare, fondamentale a livello economico ed anche a livello ambientale in tutto il mondo.

Purtroppo, negli ultimi 15 anni si è registrato un forte calo della popolazione apicola mondiale, soprattutto nell’Europa occidentale (compresa l’Italia) e nell’America del nord, dove in ambito scientifico è stata individuata una vera e propria “Sindrome dello spopolamento” (Colony Collapse Disorder).

Quali sono i principali fattori che hanno determinato l’impoverimento e la perdita di colonie e di api?

Sicuramente, insieme all’agricoltura intensiva, contaminazioni da agenti patogeni e specie invasive, cambiamenti ambientali, coltivazioni di vegetali geneticamente modificati, i pesticidi sono tra le maggiori cause di spopolamento delle api, in particolare i neonicotinoidi (insetticidi elaborati in alternativa al DDT, composti idrosolubili derivanti dalla nicotina) che oltre a insediarsi e residuare sulle piante e sui terreni, persistere nell’aria, invadere le acque ed essere una minaccia per l’ambiente e per le specie animali e vegetali che lo abitano, colpiscono soprattutto le api. In particolare, durante la raccolta di nettare, le api succhiano anche i residui dei pesticidi.

In Italia, a partire dal 2008, sono stati emanati provvedimenti temporanei, sempre rinnovati, che vietavano l’utilizzo di tali sostanze, mentre successivamente a livello europeo, la Commissione iniziò ad occuparsi della salute delle api, con un’importante Comunicazione del 2010 che riconosceva l’importanza delle api per l’ambiente e per l’economia, e la necessità di individuare le cause dello spopolamento e misure di prevenzione, anche in relazione all’impiego di pesticidi.

Contemporaneamente, l’EFSA portava avanti diversi studi e ricerche sulla vita delle colonie di api e sistemi di monitoraggio, svolgendo ricerche sull’insetticida Fipronil ed ancora sul rischio di introduzione e diffusione in Europa del piccolo scarabeo dell’alveare (Aethina tumida) e dell’acaro (Tropilaelaps). Nel 2013 pubblicava i risultati circa gli effetti e i rischi di Clothianidina, Imidacloprid, Tiamethoxam sulla sopravvivenza, sviluppo e comportamento delle api, confermando l’esistenza di rischi elevati in base a cui la Commissione aveva poi emanato il Reg. di esecuzione n.485/2013 che modifica il regolamento di esecuzione (UE) n. 540/2011 per quanto riguarda le condizioni di approvazione delle sostanze attive clothianidin, tiametoxam e imidacloprid, e che vieta l’uso e la vendita di sementi conciate con prodotti fitosanitari contenenti tali sostanze attive, che di fatto limitava e condizionava, solo parzialmente, l’utilizzo di tali sostanze.

api 3Recentemente, Greenpeace ha assegnato ad un centro di ricerca dell’Università del Sussex un approfondimento degli studi pubblicati dall’EFSA nel 2013, confermando la sussistenza dei rischi a suo tempo individuati per l’ambiente e per le api, e rilevando ad oggi una continua e sempre più grave moria delle colonie e l’estinzione di alcune specie di api.

L’Europa deve intervenire, in più direzioni, sicuramente iniziando con l’emanare provvedimenti che pongano il totale divieto di impiego dei pesticidi neonicotinoidi, evitando che le api scompaiano del tutto con inevitabile danno sull’ecosistema e sulla salute.

 

Della biodiversità agricola e alimentare avevamo già ampiamente parlato in occasione dell’entrata in vigore della Legge n.194/2015 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversita’ di interesse agricolo e alimentare”, dandovi una descrizione degli obiettivi perseguiti dal nostro legislatore e delle proposte e strumenti elaborati per promuovere tale risorsa naturale, bisognosa di protezione.

Avevamo individuato, inoltre, le diverse specifiche iniziative che gli agricoltori e gli allevatori possono intraprendere per contribuire concretamente agli obiettivi della norma, secondo le loro rispettive aree di attività e condizioni.

agricolturaL’art. 10 della Legge n.194/2015 prevede, in particolare, l’istituzione di un Fondo dedicato, di euro 500.000 annui, “destinato a sostenere le azioni degli agricoltori e degli allevatori in attuazione della presente legge, nonche’ per il sostegno agli enti pubblici impegnati, esclusivamente a fini moltiplicativi, nella produzione e nella conservazione di sementi di varieta’ da conservazione soggette a rischio di erosione genetica o di estinzione”.

In applicazione della citata previsione normativa, è stato recentemente pubblicato il Decreto interministeriale n.1803 del 9.02.2017 con il quale il Mipaaf, il Ministero dell’ambiente e il Ministero dell’economia hanno stabilito dettagli operativi per il funzionamento del Fondo a livello nazionale e relative modalità di attuazione, per il raggiungimento degli obiettivi di tutela e di valorizzazione della biodiversità e protezione delle risorse genetiche di interesse alimentare ed agrario locali[1] dal rischio di estinzione e di erosione genetica e di inquinamento e perdita del patrimonio genetico (art. 1 D. intermin.).

All’art.3 vengono individuate specifiche Azioni sostenute dal Fondo:

  • le azioni degli agricoltori e degli allevatori che siano realizzate, direttamente o attraverso progetti, come partenariato attivo, in collaborazione con soggetti scientifici e non, pubblici e/o privati ed esperti in materia (ad esempio attività di ricerca, recupero, promozione e divulgazione nelle scuole, partecipazione alle Comunità del cibo, alla Giornata nazionale della biodiversità…)
  • le azioni degli enti pubblici impegnati nella produzione e conservazione di sementi di varietà da conservazione soggette a rischio di erosione genetica o di estinzione. Nel Decreto interministeriale all’art.4 sono regolamentati anche gli stanziamenti relativi al Fondo, in particolare per l’anno 2017 è previsto il finanziamento di programmi e/o progetti realizzati direttamente dagli agricoltori e dagli allevatori o da enti locali, regionali, interregionali o nazionali (con priorità ai progetti a sostegno delle figure di agricoltore custode e allevatore custode).

 

allevamentoI beneficiari individuati potranno ottenere la liquidazione delle risorse loro assegnate dopo la presentazione delle spese sostenute per la realizzazione dei progetti.

Gli agricoltori e gli allevatori interessati a partecipare alle iniziative contenute nella Legge n.194/2015 per la promozione e salvaguardia della biodiversità agroalimentare, hanno finalmente indicazioni specifiche sull’accesso al Fondo e sulle modalità operative per la realizzazione dei loro progetti.

 

 

[1] Queste sono, secondo la definizione data dall’art. 2 del D. intermin., risorse genetiche di interesse alimentare ed agrario (da intendersi come il materiale genetico di origine vegetale, animale e microbica, avente un valore effettivo o potenziale per l’alimentazione e per l’agricoltura): a) originarie di uno specifico territorio, b) di diverse origini non invasive,  introdotte da lungo tempo nell’attuale territorio di riferimento, naturalizzate e integrate tradizionalmente nella sua agricoltura e nel suo allevamento, c) originarie di uno specifico territorio, ma attualmente scomparse e conservate in orti botanici, allevamenti ovvero centri di conservazione o di ricerca in altre regioni o Paesi.

naturaleLa catena alimentare coinvolge, nel suo continuo divenire, il suolo, la terra, le piante, gli animali, e l’uomo, che diventa il destinatario (ultimo, ma non unico) dei prodotti derivati dall’allevamento e dalla coltivazione. Le qualità e le proprietà di tali prodotti, non solo quelle originarie ma anche quelle che gli stessi prodotti assumono via via durante il percorso di trasformazione, vengono assorbite dall’uomo attraverso ciò che mangia.

Sin qui, nulla di nuovo. Il concetto, molto semplicisticamente richiamato, non stupisce.

microbiotaTuttavia, spesso si dimentica che nel corso di tutte le attività e fasi che vengono realizzate per la creazione di cibo destinato all’alimentazione umana, molte scelte determinano molteplici e differenti conseguenze verso l’ambiente, verso gli animali, verso chi farà uso di quel cibo, che inevitabilmente passa attraverso l’agricoltura, l’allevamento, lo sfruttamento delle risorse del suolo e degli animali.

Come fare per garantire prodotti di qualità, nel rispetto degli animali e della terra?

Oggi si parla di agricoltura simbiotica, ovvero di un metodo di coltivazione e di allevamento che si basa sul concetto di correlazione e interscambio fra la terra, gli animali e l’uomo. La simbiosi, infatti, è la coesistenza di più elementi che si cercano, interagiscono, si condizionano a vicenda, come avviene appunto in biologia tra due o più animali e/o vegetali di specie diverse.

Si presta fondamentale attenzione all’ambiente e agli animali e alle potenzialità naturali di suolo ed ecosistema, si vietano l’utilizzo di fertilizzanti e fitofarmaci di sintesi chimica nella coltivazione, di ormoni, farmaci o antibiotici nell’allevamento.

Sembrano pensieri già affrontati e forse già risolti con il metodo biologico…il biologico non basta?

In realtà, almeno negli intenti, si tratta di qualcosa di diverso, perché l’innovazione dell’agricoltura simbiotica intende dare qualcosa di più mediante la valorizzazione delle proprietà microbiologiche del terreno e l’integrazione tra i diversi microrganismi per portare, attraverso l’assunzione di quel cibo, degli effetti benefici direttamente sulla salute umana.

micorrizzePiante-micorrizzate-1024x877Nella terra: il suolo e la terra sono naturalmente ricchi di miliardi di microrganismi “buoni” come funghi simbionti e batteri, che convivono in simbiosi con le piante attraverso la micorriza, e che costituiscono il biota microbico, necessario per fronteggiare i microrganismi dannosi.

Negli animali: anche gli animali sono coinvolti nella simbiosi innovativa, perché si nutrono di foraggio, cereali, vegetali che portano con sé il biota microbico presente sul suolo. Attraverso il sistema di digestione della cellulosa da parte degli animali e trasformazione in proteine nobili, attraverso l’alimentazione i microrganismi “buoni” giungono sino all’uomo.

Nell’uomo: l’agricoltura simbiotica punta dunque sull’arricchimento del sistema microbiologico del suolo e, attraverso gli animali, dei valori nutrizionali del cibo per apportare, alla fine, benefici importanti a livello intestinale umano, rafforzando la flora batterica presente nell’intestino, fondamentale per l’attività immunitaria.

Infatti, il metodo di coltivazione e di allevamento simbiotico prevede l’impiego di bioti microbici (funghi, batteri, lieviti) e di sostanze naturali sul terreno, che mantengono e concorrono alla tutela della biodiversità e allo sviluppo del sistema microbiologico di suolo e vegetazione, e l’inserimento di micorrize che consentono ai microrganismi “buoni” di attraversare le piante, migliorarne le qualità organolettiche, e giungere infine negli alimenti che sono perfezionati a livello nutrizionale e qualitativo. Questi, ingeriti dall’uomo, vanno a rafforzare il biota intestinale e ad arricchire la flora batterica.

Sarà interessante capire se questa forma di innovazione dell’agricoltura troverà specifica    disciplina normativa e tutela propria, o se rimarrà un’appendice del metodo biologico caratterizzata, solo a livello operativo di settore, dall’utilizzo delle micorrize e dall’obiettivo di rafforzare il complesso microbico della flora intestinale umana.