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Categoria: Sostenibilità

Finalmente è entrata in vigore la Legge n. 166 del 19.08.2016 recante “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”.

Cerchiamo di vedere insieme alcuni dei principali, pregevoli, obiettivi della nuova Legge, che spaziano su diversi fronti e si basano sulla amara constatazione che in Italia (come in altri Paesi) si spreca molto cibo. Troppo. sprechi-alimentari8

Come trasformare le eccedenze alimentari (i prodotti alimentari, agricoli e agro-alimentari che mantengono i requisiti di igiene e di sicurezza del prodotto, e che non sono giunti a destinazione perché invenduti o non somministrati per carenza di domanda, ritirati dalla vendita, prossimi al raggiungimento della data di scadenza, invenduti a causa di danni provocati da eventi meteorologici o ancora rimanenze di attività promozionali, rimanenze di prove di immissione in commercio di nuovi prodotti…) e i rifiuti in risorse utili, rispettando così l’ambiente che ci circonda?

È possibile evitare l’accumulo di rifiuti alimentari destinando le eccedenze a soggetti bisognosi?

Come si può contribuire alla limitazione degli sprechi, in sintonia e interagendo con obiettivi economici, sociali, educativi, di sostenibilità ambientale?

Ora, molti di questi aspetti sono previsti e disciplinati da una Legge ad hoc.

…attraverso la cessione gratuita

sprechi-alimentari7Possono essere cedute le eccedenze alimentari idonee al consumo umano, direttamente o indirettamente a soggetti riceventi, dando priorità alle persone indigenti mentre se si tratta di eccedenze alimentari non idonee al consumo umano, possono essere cedute gratuitamente per gli animali, per finalità di auto-compostaggio o compostaggio di comunità con metodo aerobico.

Possono essere ceduti anche gli alimenti recanti etichettatura irregolare, se l’irregolarità è tale da non incidere sulle informazioni relative alla data di scadenza o agli allergeni, così come possono essere cedute le eccedenze di prodotti agricoli e prodotti di allevamento idonei al consumo umano ed animale.

Le eccedenze alimentari possono essere cedute gratuitamente anche dopo lo spirare del termine minimo di conservazione, purché sia garantita l’idoneità dell’imballaggio primario e vi siano condizioni di conservazione adeguate.

…attraverso la trasformazione

È possibile, inoltre, riutilizzare le eccedenze alimentari attraverso la loro trasformazione in altri prodotti destinati al consumo umano o agli animali, purché siano rispettati i requisiti igienico sanitari di sicurezza e la data di scadenza. sprechi-alimentari9

…attraverso modifiche normative

  • la Legge n. 199/2016 ha modificato l’art. 15 del D.P.R. n. 571/1982 sulla confisca di beni, prevedendo ora la possibilità che i beni confiscati non siano solo alienati o distrutti ma che, “Qualora siano stati confiscati prodotti alimentari idonei al consumo umano o animale”, l’Autorità competente disponga “la cessione gratuita a enti pubblici ovvero a enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche e solidaristiche”.
  • ha modificato la Legge di stabilità 2014 prevedendo la possibilità, da parte del Comune, di riconoscere una riduzione della tassazione sui rifiuti per le utenze non domestiche “che producono o distribuiscono beni alimentari, e che a titolo gratuito cedono, direttamente o indirettamente, tali beni alimentari agli indigenti e alle persone in maggiori condizioni di bisogno ovvero per l’alimentazione animale” .

…attraverso attività di sensibilizzazione, educazione e promozione della sostenibilità ambientale e tutela delle risorse, della solidarietà sociale, e dei principi strumentali alla riduzione dei rifiuti e donazione delle eccedenze. re-box-contro-lo-spreco-alimentare

Sono state attuate dunque campagne nazionali di comunicazione dei dati raccolti, per incentivare i consumatori, le imprese, i soggetti coinvolti nelle attività di produzione, trasformazione, distribuzione a valorizzare ed assumere comportamenti atti a promuovere la prevenzione della produzione di rifiuti alimentari (la Legge prevede che possano essere stipulati accordi “per dotare gli operatori della ristorazione di contenitori riutilizzabili, realizzati in materiale riciclabile, idonei a consentire ai clienti l’asporto dei propri avanzi di cibo”).

Inoltre, il servizio pubblico televisivo, radiofonico, multimediale dovrà dedicare un certo numero di ore di palinsesto all’informazione specifica per la promozione e divulgazione di comportamenti finalizzati alla riduzione degli sprechi.

Nelle scuole di ogni ordine e grado, ancora, saranno avviati percorsi didattici e programmi specifici di informazione ed educazione alla sana alimentazione e alla sostenibilità ambientale e sociale.

La Legge ha altresì previsto che il Ministero della Salute dovrà “predisporre delle linee di indirizzo rivolte agli enti gestori di mense scolastiche, aziendali, ospedaliere, sociali e di comunità” al fine di ridurre e prevenire gli sprechi nella somministrazione degli alimenti.

Molto si può raggiungere, con la consapevolezza, l’impegno e la buona educazione, per la tutela della salute e per il rispetto dell’ambiente, e per un’attenzione ai soggetti indigenti.

Il Rapporto Waste Watcher 2016 (l’Osservatorio permanente sugli sprechi alimentari delle famiglie italiane prodotto da Last Minute Market) rileva che ogni famiglia italiana getta al vento in media 6,7 € in sprechi alimentari, di uso domestico quindi. La catena degli sprechi, che parte dal cibo che gettiamo nella spazzatura, coinvolge conseguentemente il problema dello smaltimento dei rifiuti e così anche quello delle risorse naturali e dell’ambiente.

Grazie ad un’indagine condotta sulle famiglie italiane del 2015, si può affermare che lo spreco di cibo domestico reale è circa il 50% superiore a quello percepito e dichiarato nei sondaggi. Sprechiamo più cibo di quanto crediamo.

packaging-2Molte associazioni si stanno muovendo attraverso attività di sensibilizzazione per ridurre gli sprechi alimentari (ad esempio Last Minute Market, che qualche mese fa ha presentato a Roma una nuova campagna europea, Slow Food che da sempre combatte contro questa problematica, Fondazione Enpam).

L’aspetto dell’imballaggio dei prodotti alimentari riveste un ruolo importante.

Dal citato Rapporto Waste Watcher 2016 emerge che l’85% dei consumatori è a conoscenza della fondamentale importanza dell’imballaggio rispetto alla conservazione o deperibilità del prodotto: per il 64% il confezionamento è addirittura “indispensabile” e per il 93% il packaging viene scelto sulla base della sua funzionalità e della possibilità di riutilizzo (per quest’ultimo aspetto, il 53% si dichiara disposto a pagare un prezzo maggiore per imballaggi che aumentino la probabilità di utilizzo del prodotto, e così ridurre lo spreco).

Infatti il packaging è uno degli strumenti fondamentali per ridurre lo spreco di alimenti.

Fondamentale diventa la scelta dei materiali.packaging

Per il futuro si parla di materiali naturali, biodegradabili o addirittura essi stessi commestibili limitando la percentuale di carta e plastica.

Il programma Horizon 2020 dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione ha stanziato nuovi finanziamenti per sostenere lo sviluppo di soluzioni sostenibili di packaging alimentare. Il programma di lavoro per il biennio 2016-2017 è dedicato al tema della “Sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile, ricerca marina e marittima, bioeconomia”, punta alla realizzazione e commercializzazione di soluzioni eco-innovative che insieme favoriscano lo sviluppo delle condizioni sociali, economiche e ambientali. La Commissione europea finanzierà i progetti fino al 70% dei costi ammissibili, e acoglie richieste di contributo fino a 6 milioni di euro. Il relativo bando sarà attivo ad ottobre 2016, con termine sino a febbraio 2017 per la presentazione delle domande.

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Forse pochi sanno che in Italia esiste una Legge che promuove l’inserimento dei minori e delle persone disagiate e svantaggiate mediante l’attività agricola e le attività connesse, creando spazi di educazione ambientale e terapeutici come le fattorie didattiche, gli agri asilo, l’ippoterapia.agricoltura sociale

Si tratta della L. n. 141, entrata in vigore il 23 settembre 2015, “Disposizioni in materia di agricoltura sociale”, che intende fornire strumenti e incentivi alla solidarietà, alla salvaguardia della biodiversità, alla tutela delle risorse naturali e del suolo. Lo stesso art. 1 ne individua le precise finalità, affermando che la legge “…promuove l’agricoltura sociale, quale aspetto della multifunzionalita’ delle imprese agricole finalizzato allo sviluppo di interventi e di servizi sociali, socio-sanitari, educativi e di inserimento socio-lavorativo, allo scopo di facilitare l’accesso adeguato e uniforme alle prestazioni   essenziali   da garantire alle persone, alle famiglie e alle comunita’ locali in tutto il territorio nazionale e in particolare nelle zone rurali o svantaggiate”.

Sono, generalmente, cooperative (nel 2014, le cooperative sociali nel nostro Paese erano circa 400[1]), che utilizzano il metodo di coltivazione biologico, e che si occupano della produzione e trasformazione e anche della vendita dei propri prodotti.

agricoltura sociale 1Ad oggi, purtroppo, mancano i relativi decreti attuativi e la normativa a suo tempo accolta con entusiasmo rimane inattuata.

Auspichiamo che il Governo si preoccupi quanto prima di dare corso all’iter legislativo, affinché i progetti e gli obiettivi individuati nella Legge possano essere concretamente realizzati.


[1] Per i dati sulla realtà delle cooperative agricole sociali si rimanda a www.foragri.com.

Il 2 agosto è stata approvata definitivamente la Legge per la limitazione degli sprechi alimentari, così facendo un passo ulteriore rispetto alle misure e agli obiettivi già enunciati nella Legge di stabilità 2016. Dopo il primo sì della Camera nello scorso mese di marzo, è arrivato il via libera definitivo del Senato con 181 sì, 2 no e 16 astenuti. Il nuovo provvedimento sembra concretizzare le idee e i progetti presentati durante Expo 2015, descritti nel “Piano SprecoZero”, e fa propri i principi della Carta di Milano.sprechi 3

La normativa vuole portare al recupero di 1 milione di tonnellate di cibo e donarle a chi ne ha bisogno, realizzando contemporaneamente obiettivi sociali, ambientali, economici.

Si possono donare, senza necessità di forma scritta, anche cibi e farmaci con etichette irregolari (purché le irregolarità non riguardino la data di scadenza del prodotto o l’indicazione di eventuali sostanze che provocano allergie e intolleranze). Nell’attività di prevenzione dello spreco verranno coinvolte anche le mense scolastiche, aziendali e ospedaliere, e saranno incentivate le produzioni “a chilometro zero”. Definisce per la prima volta nell’ordinamento italiano i termini di “eccedenza” e “spreco” alimentari, fa maggiore chiarezza tra “termine minimo di conservazione” e “data di scadenza”, e punta semplificare le procedure per la donazione, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e della tracciabilità

Quali sono i principali obiettivi della nuova Legge contro gli sprechi alimentari?

1) SEMPLIFICAZIONE BUROCRATICA Le nuove disposizioni di carattere tributario e finanziario (tagli degli adempimenti burocratici, modalità e requisiti semplificati di comunicazioni telematiche all’amministrazione finanziaria…) facilitano le donazioni.  2) RAFFORZATO IL TAVOLO INDIGENTI DEL MIPAAF. 2 MILIONI DI EURO AL FONDO PER ACQUISTO DI ALIMENTI. BANDO AGEA PER EVITARE LO SPRECO DI LATTE Al Tavolo indigenti del Mipaaf, ora potenziato, potranno partecipare anche le organizzazioni agricole, gli enti caritativi, l’industria e grande distribuzione. Inoltre, è previsto un finanziamento di 2 milioni di euro per l’acquisto di alimenti da destinare agli indigenti, oltre ad incentivare l’attività di recupero e donazione agli indigenti. Infine, è attivo il bando Agea per l’acquisto di latte crudo da trasformare in UHT e donare ai più bisognosi. 3) SOSTEGNO ALL’INNOVAZIONE: FONDO DA 3 MILIONI DI EURO AL MIPAAF Viene istituito un Fondo speciale di 1 milione di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018, destinato al finanziamento di progetti innovativi finalizzati alla limitazione degli sprechi e all’impiego delle eccedenze, nonché per promuovere la produzione di imballaggi riutilizzabili o facilmente riciclabili. 4) INCENTIVARE CHI DONA AGLI INDIGENTI ACCORDANDO CON UNO SCONTO TARI I Comuni possono applicare un coefficiente di riduzione della Tari relativamente ad attività produttive che producono e distribuiscono beni alimentari, in caso vengano effettuate donazioni agli indigenti. 5) DEFINIZIONE DI ECCEDENZE E SPRECHI ALIMENTARI Secondo la nuova Legge, “eccedenze alimentari” sono i prodotti alimentari che, mantenendo i requisiti di igiene e sicurezza, rimangono invenduti. Per “spreco alimentare” si intendono i prodotti alimentari, agricoli e agro-alimentari, ancora commestibili, che vengono scartati dalla catena agroalimentare per ragioni commerciali, estetiche o perché in prossimità della data di scadenza. 6) DONAZIONE DEGLI ALIMENTI OGGETTO DI CONFISCA I prodotti alimentari confiscati saranno oggetto di donazione in favore degli indigenti, e in secondo luogo utilizzati come mangimi. 7) LINEE GUIDA PER LE MENSE PUBBLICHE Il Ministero della Salute potrà pubblicare delle Linee guida per gli enti gestori di mense scolastiche, aziendali, ospedaliere, sociali e di comunità, al fine di prevenire e ridurre lo spreco alimentare connesso alle loro attività.

sprechi 2La nuova normativa contro gli sprechi alimentari punta sull’educazione e la prevenzione, anziché sull’aspetto sanzionatorio, e non rimane che attenderne l’effettiva applicazione per poter capire se davvero sia risolutiva di un problema che riguarda, purtroppo, non solo il nostro Paese.

Dott. Federico Rossi

Dal 1 luglio 2016 l’etichettatura energetica dei frigoriferi professionali diventerà obbligatoria dando, finalmente, valenza oggettiva, misurabile e confrontabile ai vantaggi in termini di efficientamento energetico di queste apparecchiature.

frigo 2Un’etichetta già conosciuta al grande pubblico, in quanto già adottata per le apparecchiature domestiche, ma che rappresenta una rivoluzione per il comparto professionale. Diventano così cogenti la Direttiva europea 2010/30/UE e in particolar modo il Regolamento Delegato UE 2015/1094 che integra la stessa direttiva in materia di etichettatura energetica di armadi frigoriferi e congelatori professionali. L’ambito di applicazione è molto chiaro e definito, ovvero tutti gli armadi frigoriferi e congelatori professionali alimentati dalla rete elettrica, compresi quelli venduti per la refrigerazione di alimenti e di mangimi. L’entrata in vigore dell’etichettatura si inserisce in un approccio molto più ampio e completo alla problematica dell’efficientamento dei processi produttivi nelle cucine professionali, oggi sempre più energivori (basta pensare al diffusione crescente delle cotture lunghe e a bassa temperatura piuttosto che alle tecniche che ricorrono al sottovuoto).

Il punto di partenza è la presa di coscienza anche da parte del legislatore del grande impatto del settore della ristorazione professionale sul fronte della domanda energetica totale dell’Unione Europea, e del conseguente scenario positivo che può aprirsi qualora vengano implementate delle politiche di riduzione dei consumi, soprattutto se armonizzate tra i vari Paesi.

Questo processo deve necessariamente coinvolgere tutti gli attori: i produttori saranno chiamati a immettere nel mercato prodotti tecnologicamente innovativi e in grado di assicurare un reale risparmio, gli utenti professionali dovranno essere incoraggiati (non solo con degli incentivi ma anche e soprattutto con una crescita culturale e formativa) all’acquisto di questi nuovi sistemi.

Il punto di contatto può essere dato da una corretta interpretazione dell’efficienza energetica letta non solo in termini di sostenibilità ambientale e quindi di salvaguardia della salute del pianeta ma anche come recupero di competitività economica del ristorante.frigo 3

Resta evidente che il processo di efficientamento, soprattutto se letto in modo sinergico tra gli aspetti di consumi energetici, idrici e di gas, parte necessariamente da un ammodernamento del parco macchine e presuppone quindi un investimento economico.

È altresì vero che le attrezzature tecnologicamente più all’avanguardia e quindi più efficienti richiedono spesso un investimento iniziale più alto rispetto ai prodotti di bassa fascia (un frigorifero efficiente installa un sistema di isolamento alto performante, ottimizza i volumi di stoccaggio, presenta sistemi di refrigerazione e gas refrigeranti di ultima generazione) ma solo parametrando il recupero di efficienza nel lungo periodo (in un’ottica LCC – Life Cycle Costing) si potrà valutare correttamente il vantaggio offerto da un frigorifero posizionato in un classe di efficienza ottima.

Considerando che il frigorifero resta in funzione 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno, e che assorbe circa il 40% del carico energetico di un ristorante, il vantaggio economico generato dai risparmi in bolletta di un sistema in classe A rispetto a uno in classe G si può stimare in circa 800 euro/annui per gli armadi freezer e 300 euro/annui per gli armadi frigoriferi. Valutando questo risparmio su un arco temporale di 10 anni, ovvero il ciclo di vita medio di un frigorifero professionale, si può quantificare in oltre 10.000 euro il beneficio economico assicurato dalla miglior prestazione energetica (fonte Ecoguida Electrolux Professional). Una cifra da tenere in debita considerazione quando si valuta l’investimento iniziale; un aspetto, però, ancora spesso poco conosciuto.

Su questo fronte un ruolo fondamentale deve essere svolto dalla comunicazione che è chiamata da un lato a informare e da un altro a contribuire alla crescita di una sensibilità da parte dei professionisti verso questi aspetti sempre più strategici.

L’etichettatura energetica diventa un’argomentazione fondamentale perché immediata e facilmente comprensibile.

frigoMa il vero punto di forza sta nel fatto che, finalmente, viene definito un quadro di riferimento chiaro e univoco per stabilire la classe energetica dell’apparecchiatura rendendo di fatto confrontabili le prestazioni dei vari prodotti presenti sul mercato. È la stessa norma che prevede la metodologia di definizione dell’indice di efficienza energetica tramite un test che prevede in primis il raggiungimento di un certo standard prestazionale (si parte dal presupposto che il frigorifero deve assicurare sempre e comunque le migliori condizioni di conservazione e quindi di sicurezza dei cibi, ovvero l’efficienza non deve penalizzare la performance tecnica) e quindi la misurazione della reale efficienza energetica a fronte di queste prestazioni.

 

Da oggi i gusci delle uova possono contribuire alla realizzazione di imballaggi ecosostenibili.

uova 2

uova 3Le alternative alla plastica tradizionale, purtroppo riconosciuta tra le principali fonti di inquinamento, esistono già (pensiamo alle plastiche ecologiche realizzate con patate dolci, amido di mais, scarti vegetali) ma non sono particolarmente resistenti e non sono pertanto riusciti a sostituire completamente ed efficacemente la plastica nell’uso di tutti i giorni.

La ricerca condotta dal gruppo di studi della Tuskegee University in Alabama, e presentata qualche mese fa in occasione dell’ultimo Meeting Nazionale della American Chemical Society, ha individuato una nuova miscela ecosostenibile costituita per il 70% dal PBAT (polimero del petrolio, in grado di decomporsi nel breve tempo di tre mesi da quando viene conferito nel suolo) e per il restante 30% da un polimero derivante dall’amido di mais, a cui vengono però aggiunte delle particelle ottenute dalla lavorazione dei gusci d’uovo.

uova 1I gusci d’uovo vengono lavati e sminuzzati con onde ultrasuoni fino a diventare nanoparticelle, che grazie ad alcuni componenti vincenti (carbonato di calcio, carbonato di magnesio e fosfato di calcio) sono in grado di rendere gli imballaggi ecologici non solo biodegradabili e compostabili, ma anche resistenti e flessibili. Infatti, se la fragilità dei gusci d’uovo integri è un dato risaputo ed evidente, non tutti sanno che una volta ridotti in nanoparticelle riescono a fornire al materiale base un elevato grado di resistenza e flessibilità.

La missione di contribuire a ridurre l’inquinamento dovuto ai rifiuti di plastica, dunque, continua, e centra obiettivi importanti anche con l’utilizzo dei gusci delle uova che quotidianamente finiscono nella spazzatura, facilmente reperibili e praticamente a costo zero!

Dott. Federico Rossi

La corretta implementazione della sostenibilità in azienda richiede un approccio a step.

Il tutto nasce dalla presa di coscienza da parte dei vertici aziendali. Vista la pervasività dell’intervento il commitment dell’imprenditore o del board è fondamentale (e a questo poi deve corrispondere anche una fattiva collaborazione e focalizzazione di tutti i collaboratori).

La sostenibilità deve, quindi, diventare un valore fondante l’azienda; deve diventare parte integrante del suo dna e deve essere sostenuta da un grande progetto di lungo periodo (e proprio l’allungamento dell’orizzonte temporale sarà necessario perché non è detto che la sostenibilità si riverberi positivamente su fatturati e margini da subito).

Il punto centrale resta sempre la revisione in ottica sostenibile dei processi e dei prodotti.

La sostenibilità (in questo caso parliamo di sostenibilità ambientale) è quindi, in primis, un’attività di natura tecnica e tecnologica.

sostenibilita 5Uno dei framework di riferimento in quest’attività tecnica è definito dalla norma ISO14040 – Life Cycle Assessment. La valutazione degli impatti non deve essere fatta solo nell’ambito del proprio ciclo produttivo ma deve essere estesa a tutto il ciclo di vita del prodotto: dalla culla alla tomba.

Un approccio importante che mette al centro l’analisi della filiera e che può spingere l’azienda alla revisione della sua supply chain se non addirittura a una ridefinizione della catena del valore.

La ISO14040 (in alcuni casi affiancata dalla dichiarazione ambientale di prodotto EPD) sta diventando uno standard di riferimento per dare concretezza a un concetto, come quello della sostenibilità, che di per sé resta molto vacuo.

Le nuove norme per il GPP (Green Public Procurement, ovvero gli acquisti verdi della pubblica amministrazione, procedura che impatterà in modo rilevante se l’azienda opera nel settore delle forniture alimentari per le grandi comunità) piuttosto che i criteri di assegnazione di alcuni finanziamenti europei, piuttosto che le metodologie di attribuzione dei profili di rischio assicurativo dipendono sempre di più da una reale sostenibilità aziendale e sempre più spesso viene preso come quadro tecnico di riferimento quello definito dalla ISO14040.

Tutto questo cambia notevolmente l’approccio alla sostenibilità perché chiede all’azienda lo sforzo di uscire dai cancelli dei propri stabilimenti.

E proprio questa visione allargata deve mettere in “allarme” le aziende che attualmente ritengono di non essere direttamente coinvolte da questo cambio di paradigma (perché non ancora sottoposte a normativa cogente o perché non riscontrano un attenzione da parte dei clienti diretti).

Se la sostenibilità diventa un driver di scelta importante per un anello anche distante della catena prima o poi questo si riverbererà sulla catena tutta.

 

Nel food questo aspetto è ancora più amplificato.sostenibilita 4

Pensiamo a dei produttori di semilavorati. Verosimilmente avranno la sensazione che i loro clienti diretti (ovvero le aziende di trasformazione, quelle che in molti casi rappresentano i brand conosciuti dal grande pubblico) non siano allo stato attuale particolarmente attenti alla sostenibilità quindi riterranno di non dover nell’immediato approcciare la questione in modo strutturato.

Corretto se ci fermassimo a un’analisi di breve periodo e se ci limitassimo all’anello della catena più prossimo. Però se allarghiamo il focus ci accorgiamo che il cliente finale sta già, in parte selezionando, i prodotti se non addirittura le sue insegne di riferimento in base anche a parametri sostenibili. Allo stesso tempo la stessa GDO sta inserendo nei propri criteri di scelta dei fornitori la sostenibilità. Sempre di più si sta andando nella direzione che per essere a scaffale non saranno più sufficienti prodotto, sconto e condizioni di vendita ma servirà dimostrare anche una coerenza reale con il manifesto della sostenibilità della catena[1].

La comunicazione di sostenibilità

Se non finalizzata ad agevolare lo sviluppo di una cultura sostenibile o ad accelerare l’introduzione di un nuovo stile di consumo, la comunicazione arriva, quindi, solo alla fine.

  • La comunicazione di sostenibilità differisce da quella tradizionale in primis per gli obiettivi.

La comunicazione di sostenibilità non punta a vendere (o meglio non punta solo a vendere) e non usa i paradigmi della persuasione ma punta a informare, rafforzare un posizionamento e una reputazione aziendale, a diffondere un nuovo standard culturale.

  • Allo stesso modo, la comunicazione di sostenibilità non è rivolta solo ai clienti ma è multistakeholders (clienti, fornitori, pubblica amministrazione, sistema del credito, comunità locale, gruppi di pressione) e ha anche un forte impatto a livello di comunicazione interna.

Se la comunicazione arriva dopo un processo di revisione dei processi e dei prodotti il compito principale della comunicazione di sostenibilità è quello di tradurre in modo fruibile e coerente per i vari stakeholders quelle che sono le evidenze di un percorso che ha solide fondamenta tecniche e normative (quindi non comunicabili direttamente a un target non professionale).

  • La comunicazione deve così essere chiara, attendibile, confrontabile, accurata e rilevante e deve essere in grado di bilanciare creatività e razionalità, emozione e tecnicismo, formalità e informalità.sostenibilita 6

Una comunicazione che, pur non appoggiandosi a media specifici in quanto, fatto salvo per gli strumenti di rendicontazione e accountability, utilizza comunque i mezzi della comunicazione tradizionale, richiede competenze e approcci specifici.


[1] Particolarmente significativo il caso di Tesco che, presentando tra i criteri più selettivi sul fronte della sostenibilità, testimonia come nonostante il posizionamento non altissimo la sensibilità ambientale e sociale possono comunque far parte del dna aziendale.

 

Dott. Federico Rossi
Prima di analizzare (in modo molto sintetico) l’implementazione di un corretto approccio alla sostenibilità nell’ambito delle aziende food, bisogna chiarire un aspetto centrale ovvero rispondere all’annosa domanda: cos’è la sostenibilità?
Per cercare di dare un corretto inquadramento, forse è più semplice rispondere al quesito inverso ovvero cosa non è sostenibilità. Infatti, ancora troppe aziende ritengono che per essere sostenibili sia sufficiente soddisfare parte del proprio fabbisogno energetico con l’installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto deglistabilimenti, ridurre lo spreco di carta o spegnere le luci quando non servono.

sostenibilita 3Essere sostenibili non è una dichiarazione di intenti da inserire in un company profile. E’ una filosofia aziendale che taglia in modo profondo e trasversale tutta la strutturae che, nel caso della sostenibilità ambientale, parte dalla revisione in chiave green (consumi energetici e idrici, emissioni, rifiuti, utilizzo risorse, etc.) dei processi e dei prodotti.

Una revisione con forti basi scientifiche che deve essere misurata, validata e comunicata. Da una recente indagine Gfk Eurisko-Sodalitas emerge come il rispetto dei criteri di sostenibilità e di eticità da parte delle aziende diventa uno dei driver di scelta fondamentali da parte dei consumatori, subito dopo il prezzo e la qualità. La stessa indagine sottolinea come sia proprio il settore alimentare l’ambito dove la sostenibilità assume maggior rilevanza per i clienti. La spiegazione di per sé è abbastanza immediata. La sostenibilità ambientale (anche se spesso erroneamente confusa con i concetti di prodotto biologico) costituisce un elemento aggiuntivo a garanzia della genuinità dei prodotti ed essendo questi dei prodotti che impattano direttamente sulla vita del singolo ecco che tutti quegli elementi che possono confermare la qualità di ciò che si mangia diventano fattori in grado di influenzare una decisione di acquisto.
Quanto poi questo aspetto si tramuti in un reale premium price è ancora da dimostrare in modo scientifico, ma è altresì vero che la sostenibilità anche e soprattutto nel food stia diventando una direttrice competitiva fondamentale sulla quale costruire un vantaggio distintivo.sostenibilità 1

Incidenze sul cliente

All’interno di questo framework e dal lato cliente, la sostenibilità spinge verso l’assunzione di nuovi stili di vita e di consumo. I consumatori, tendenzialmente, non cercano più solo brand iconici da ostentare (o da consumare, nel caso del food) ma marche coerenti con il proprio sistema di valori e tra questi valori sempre più ci sono il rispetto dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile, l’etica.
Così facendo il cliente diventa tendenzialmente sempre più selettivo premiando i brand virtuosi e penalizzando le aziende che invece millantano solo un comportamento sostenibile (greenwashing).
Il giudizio del singolo, poi, può assumere un impatto più ampio a fronte dell’amplificazione sociale generata ad esempio dal ricorso ai social network. In questo contesto il danno reputazionale subìto dalle aziende use a pratiche di greenwashing può essere repentino e devastante.
Il consumatore diventa più attento e scaltro e, al fine di compiere una scelta sempre più consapevole, richiede sempre più informazioni. Informazioni che dovranno essere reali, puntuali, dettagliate. Informazioni che per essere veicolate in modo corretto (dal punto di vista della scelta dei media e dei contenuti) dovranno essere inserite in una pianificazione strategica della comunicazione.sostenibilità 2

Incidenze sulle aziende

Dal punto di vista dell’azienda, un approccio reale alla sostenibilità non deve essere vissuto come una risposta tattica a un fenomeno di moda, ma richiede una visione strategica che può condurre anche a una revisione profonda dei prodotti, dei processi, se non addirittura del modello di business. L’innovazione, soprattutto quella tecnologica, diventa così un acceleratore e non più un elemento in antitesi, come era nel vecchio concetto di sostenibilità (quello che vedeva la sostenibilità appunto come risposta quasi ascetica e colpevolistica da parte del singolo verso il declino del mondo). Riassumendo, nel nuovo scenario competitivo, la sostenibilità in azienda serve perché è richiesta dal pianeta, dai clienti e dalle norme e allo stesso tempo contribuisce, se reale, ben gestita e correttamente comunicata, a creare un  vantaggio competitivo, a rafforzare la qualità e a migliorare la reputazione.
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La biodiversità agricola ed alimentare riguarda ed impegna tutti noi.

Le diverse tipologie di vita animale e vegetale, che hanno sempre abitato il nostro Paese consentendogli di essere conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per la varietà e qualità dei cibi prodotti e venduti, vanno via via scomparendo.

Accade in Italia quello che sta accadendo un po’ ovunque, più o meno intensamente a seconda delle zone, delle culture, degli impatti industriali e dello sfruttamento idrogeologico, e che ha portato alla riduzione delle diverse specie e quindi della “materia prima”. Colpa, a quanto pare, delle tecniche utilizzate, spesso non rispettose dell’ambiente, e delle logiche industriali, spesso azzardate.

Nel tempo si sono perse molte peculiarità agroalimentari, tradizioni, saperi (e sapori), ed ora si possono contare solo pochi prodotti. In altri termini: si impoverisce la biodiversità, e si impoveriscono le nostre tavole.

Basti pensare ai cereali, il cui consumo alimentare è oggi ridotto essenzialmente a poche specie di grano, riso e mais, ed al consumo di carne, praticamente limitato a quella bovina, suina e al pollame[1].

biodiversitàLe maggiori organizzazioni ambientali si sono sempre battute per il riconoscimento e la tutela della diversità biologica, promuovendo iniziative per sensibilizzare i consumatori, le imprese alimentari, gli agricoltori e gli allevatori. Nel 2004, la FAO ha dedicato la Giornata Mondiale dell’Alimentazione alla “Biodiversità per la sicurezza alimentare”; Slow Food, che dalla fine degli anni ’90 si occupa di agrobiodiversità, elaborando diversi progetti come l’Arca del Gusto, i Mercati della Terra, i Presidi, gli Orti Scolastici, ha istituito la Fondazione Slow Food per la biodiversità.

E in Italia?

Vogliamo qui evidenziare un importante e recente intervento operato proprio dal legislatore italiano, che trova fondamento in alcuni precedenti normativi internazionali in materia di biodiversità agricola e alimentare, espressamente richiamati[2].

Si tratta della Legge n. 194 del 1 dicembre 2015 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”.

Vediamo quali sono i punti di maggior impatto della nuova Legge, per capire poi in quale modo è importante per gli imprenditori del settore alimentare, per gli agricoltori, per gli allevatori, e come anch’essi possono contribuire alla salvaguardia della biodiversità.

Innanzitutto, l’art. 1 prevede l’istituzione di un sistema nazionale per la salvaguardia e la promozione della biodiversità agricola e alimentare, per conseguire il fine ultimo della “tutela delle risorse genetiche di interesse alimentare ed agrario locali dal rischio di estinzione e di erosione genetica”.

Tale salvaguardia è perseguita anche attraverso la “tutela del territorio rurale, contribuendo a limitare i fenomeni di spopolamento e a preservare il territorio da fenomeni di inquinamento genetico e di perdita del patrimonio genetico”.

È la stessa Legge, all’art. 2, a definire le risorse genetiche di interesse alimentare e agrario come “il materiale genetico di origine vegetale, animale e microbica avente un valore effettivo o potenziale per l’alimentazione o per l’agricoltura”.

Il Sistema Nazionale è un insieme coordinato di quattro elementi, ciascuno dei quali con le proprie funzioni e potenzialità, che in collaborazione con le amministrazioni centrali, regionali e locali e i diversi enti coinvolti, complessivamente costituiscono lo strumento operativo per la tutela della biodiversità.

Nel dettaglio:

  • Anagrafe nazionale della biodiversità (art. 3), istituita presso il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, che contiene l’indicazione di tutte le risorse genetiche di interesse alimentare e agrario ritenute soggette al rischio di estinzione o di erosione genetica. Per ottenere l’iscrizione, è necessario l’esito favorevole di un’istruttoria che abbia verificato l’esistenza della corretta individuazione della risorsa e, a seconda del caso, della sua adeguata conservazione in situ ovvero (per le aziende agricole o ex situ[3]) della corretta indicazione del luogo di conservazione, e della possibilità di generare materiale di moltiplicazione.
  • Rete nazionale della biodiversità (art. 4), costituita dalle strutture locali, regionali e nazionali per la conservazione del germoplasma ex situ e dagli agricoltori e allevatori custodi. L’art. 2 li descrive come gli agricoltori e gli allevatori che si impegnano nella conservazione delle risorse genetiche o animali di interesse alimentare e agrario, a rischio di estinzione o erosione genetica. La Rete può compiere ogni attività utile a preservare le risorse genetiche e valorizzarle, anche per la reintroduzione di quelle estinte.
  • Portale nazionale della biodiversità (art. 5), anch’esso istituito presso il Ministero, che serve per raccogliere, diffondere e scambiare le informazioni, gli aggiornamenti e la documentazione inerente le risorse genetiche, attraverso una banca dati condivisa, nella quale i ricercatori possono inserire i risultati delle loro attività di ricerca.
  • Comitato permanente (art. 8), presieduto da un rappresentante del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, costituito da sei rappresentanti delle Regioni, un rappresentante del Ministero istruzione università e ricerca, uno del Ministero dell’ambiente, uno del Ministero della salute e da tre rappresentanti degli agricoltori e allevatori custodi indicati dalla Conferenza Stato Regioni, ed è rinnovato ogni cinque anni. Deve garantire il coordinamento delle azioni tra i diversi livelli statale, regionale, locale, consentire e facilitare tra questi lo scambio delle reciproche esperienze e conoscenze, trasferire alle istituzioni scientifiche le domande di ricerca che riceve, individuare gli obiettivi e i risultati delle azioni del Piano Nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo[4].

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La L. n. 194/15 e gli imprenditori alimentari

Cosa possono fare gli imprenditori del settore alimentare per contribuire alla tutela della biodiversità di interesse agricolo e alimentare? Come possono agire agricoltori e allevatori, nell’ambito delle rispettive attività, per valorizzare la diversità biologica e tutelare le risorse genetiche? Come possono partecipare alle diverse iniziative dello Stato e delle Regioni?

Quali benefici ne possono trarre?

Innanzitutto, si parte dalla sensibilizzazione. L’art. 12 prevede che lo Stato, le Regioni e le Provincie di Trento e Bolzano “possono realizzare periodiche campagne promozionali” per la tutela e la valorizzazione della biodiversità, e in tale ottica sono previsti degli itinerari della biodiversità per promuovere la conoscenza delle risorse genetiche iscritte nell’Anagrafe nazionale e lo sviluppo dei relativi territori. Ciò può avvenire, a seconda dei casi, anche attraverso l’indicazione dei luoghi di conservazione o dei luoghi di commercializzazione dei relativi prodotti derivanti dalle risorse stesse, compresi i punti di vendita diretta.

L’art. 15 assegna alle Regioni la possibilità di promuovere progetti destinati alle scuole, di ogni ordine e grado, per la realizzazione di iniziative dirette alla conoscenza dei prodotti agroalimentari e delle risorse locali.

Passando all’attività concreta, l’art. 13 contempla la possibilità del Ministero, delle Regioni e delle Provincie di Trento e Bolzano (nonché dei consorzi di tutela e di altri soggetti riconosciuti) di promuovere l’istituzione delle comunità del cibo e della biodiversità, ovvero “ambiti locali derivanti da accordi tra agricoltori locali, agricoltori e allevatori custodi, gruppi di acquisto solidale, istituti scolastici e universitari, centri di ricerca, associazioni per la tutela della qualità della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, mense scolastiche, ospedali, esercizi di ristorazione, esercizi commerciali, piccole e medie imprese artigiane di trasformazione agraria e alimentare, nonché enti pubblici”. Le comunità, a seconda dell’accordo istitutivo, possono prevedere e occuparsi di diverse attività ed iniziative, ad esempio lo studio, il recupero e la trasmissione delle conoscenze sulle risorse genetiche e dei saperi e tradizionali; la realizzazione di sistema di filiera corta, vendita diretta, scambio di prodotti a livello locale; la formazione di orti didattici, sociali, urbani e collettivi anche quale valorizzazione delle varietà locali, forma di aggregazione sociale, recupero di zone degradate o dismesse, educazione ambientale; lo studio e la diffusione di tecniche di agricoltura biologica o comunque a basso impatto ambientale (comma 3).

Inoltre, viene data particolare attenzione alla commercializzazione delle sementi. Gli agricoltori che producono sementi iscritte nel registro nazionale delle varietà da conservazione, possono procedere sia alla vendita diretta sia al libero scambio all’interno della Rete (art. 11).

biodiversità 1C’è dunque spazio per le imprese del settore.

Infine, volendo valorizzare il tema delle risorse genetiche anche dal punto di vista istituzionale, mediatico, sociale, la Legge in commento ha previsto la data del 20 maggio quale Giornata nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare.

Ricordiamo, concludendo, anche la modifica che la L. n. 194/15, all’art. 9, apporta all’art. 45 del Codice della proprietà industriale (D. Lgs. n. 30/2005). Ad oggi, non possono costituire oggetto di brevetto le varietà vegetali iscritte nell’Anagrafe nazionale e i prodotti tutelati da denominazioni d.o.p., i.g.p. o s.t.g. e varietà da cui derivano i prodotti agroalimentari tradizionali.

Agli agricoltori e agli allevatori viene dunque riservato un ruolo attivo nella promozione e salvaguardia della biodiversità agroalimentare, con l’offerta di iniziative ed attività attraverso le quali potranno certamente ottenere (anche ma non solo) benefici in termini di immagine, pubblicità, produttività.


[1] Questo emerge da una ricerca della FAO dei primi anni 2000.

[2] La Convenzione sulla biodiversità di Rio de Janeiro del 1992 (resa esecutiva dalla L. n. 124/1994) e il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (adottato a Roma nel 2004 e reso esecutivo nel medesimo anno dalla L. n. 101. Inoltre, fa esplicito riferimento al Piano nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo, elaborato dal Ministero delle politiche agricole e pubblicato nel 2008, e alle Linee Guida nazionali (D.M. del 6 luglio 2012).

[3]In estrema sintesi e volendo semplificare, le attività svolte in situ riguardano specie e varietà conservate nel loro ambiente naturale e quelle ex situ operano nei confronti di risorse al di fuori del loro ambiente naturale.

[4] La L. n. 194/15 ha soppresso il Comitato per le risorse genetiche istituito dal Piano Nazionale del 2008, le cui funzioni sono comunque ora svolte dal Comitato permanente del Sistema Nazionale.